mercoledì 8 aprile 2020

Eccoci amici con la prima parte della mia riflessione di Gesù nel Getsemani, dove scopriremo che anche Lui ha avuto bisogno della preghiera, pensate quanta ne serve a noi!


Col Cuore al Getsemani 1° parte.
Una grande Basilica si erge quasi a difendere una roccia all’incuria del tempo,
racchiude in sè una grande reliquia dell’agonia di Gesù, una reliquia tragica,
impressionante; è la roccia dove Cristo agonizzò, sudando sangue e invocando
conforto dagli uomini e da Dio.
Ma gli uomini dormivano e il Padre taceva.
La roccia è rimasta quasi impregnata da quell’accasciamento e, nel suo immenso
significato emerge dal pavimento e si curva davanti all’Altare.
A un tiro di sasso dalla roccia, dice il Vangelo, c’è l’orto del frantoio con gli
ulivi millenari squarciati che sembrano testimoniare partecipi di quell’agonia.
Pensiamo di entrare e di meditare sulla notte del Getsemani, però prima vorrei
meditare con voi sul Dio del Getsemani.
Non basterebbero giorni e giorni per riflettere questo mistero; noi purtroppo
possiamo soltanto sfiorarlo con questa mia povera meditazione.
Noi abbiamo la fortuna di appartenere ad una religione rivelata, cioè una
religione che per fede riteniamo originata da Dio, un Dio che ha parlato agli
uomini di tutti i tempi ed ha comunicato loro la sua legge, i suoi comandamenti.
E la nostra religione cristiana si erge su tutte le altre, perché ha accolto la
rivelazione di Dio, diverso dalle attese carnali dell’uomo, ha accolto non un
Messia glorioso sulla terra, ma un Messia glorioso nei Cieli; ha accolto il
Crocifisso, l’Uomo dei dolori.
E non è proprio questo il Messia annunciato dalle profezie contenute nella Bibbia?
Nessuna religione al mondo, eccetto il cristianesimo, crede in un Dio sofferente,
un Dio torturato e oltraggiato, un Dio incarnato e soggetto a morte.
La nascita di Cristo, la sua sofferenza e la sua morte, mettono un sigillo di
unicità al Dio dei cristiani.
Si può dire con poche e povere parole, che mentre le altre religioni si fossilizzano,
in un Dio lontano dall’uomo vivente, estraneo al suo sentire e al suo soffrire,
il cristianesimo si anima nell’abbraccio di un Dio vivente, un Messia palpitante
con gli uomini di tutti i giorni.
Perciò il cristiano vero si arricchisce di umanità, nell’abbraccio di un Crocifisso
che, è più umano dell’uomo, è tutto dolore e Misericordia.
Dolore e Misericordia, sofferenza e Amore, sono i 2 pilastri su cui poggia
l’arcobaleno dell’umanità; se Dio ha fatto l’uomo a sua immagine e
somiglianza, questo Dio non può essere lontano da questo arcobaleno.
Se l’uomo desidera-come desidera Dio-, allora Dio deve desiderare l’uomo;
se l’uomo-sua immagine-è in cerca perennemente di Dio, allora Dio deve
essere perennemente in cerca dell’uomo.
Cristo è venuto fra noi come Verbo, come Parola, per parlarci di questo Dio
vicino, di questo Dio che ci cerca; è venuto per dircene il nome: “Padre,
ho manifestato il tuo nome agli uomini”.
E il nome che Gesù ci ha rivelato del Padre è Amore, è tenerezza, è paternità,
è condivisione e trepidazione.
Il Figlio di Dio, questo Cristo dolente e amante, è venuto fra noi per manifestarci,
che il Padre non si è chiuso in un olimpo; “giustiziere”, ne in un olimpo; “fanatico”.
Cristo è venuto a rivelarci che il Padre ci ama, ci ama tanto da inviarci lo Spirito
di Verità, affinché ispiri nella nostra vita la verità; ci ama tanto da dare il suo
Figlio diletto per riscattare il peccato dell’uomo; ci ama fino al punto da
desiderare l’eterna Comunione con noi!
È questa la rivelazione che il Messia è venuto a farci sulla terra.
Nella sala alta del Cenacolo, poco prima di entrare nell’orto del Getsemani,
Gesù ha detto: “Chi ha visto Me, ha visto il Padre, Credetemi, Io sono nel
Padre e il Padre è in Me.
Il Paraclito, lo Spirito di Santità che il Padre vi manderà nel mio nome,
lo Spirito di Verità vi guiderà”.
Allora con questa fede nel Padre, nel Figlio e nello Spirito Santo, con
l’entusiasmo e il privilegio di questa fede, entriamo nel Getsemani, uno fra
i luoghi più “umani”, che il nostro Dio ci ha lasciato in suo ricordo.
Allora Gesù andò con loro in un podere, chiamato Getsemani e, disse ai
discepoli: “Sedetevi qui, mentre Io vado là a pregare”.
E presi con se Pietro e i due figli di Zebedeo, cominciò a provare tristezza e angoscia.
Disse loro: “La mia anima è triste fino alla morte; restate qui e vegliate con Me”.
E avanzatosi un poco, si prostrò con la faccia a terra e pregava dicendo:
“Padre mio, se è possibile passi da Me questo calice!
Però non come voglio Io, ma come vuoi Tu!”. (Matteo 26,36-39). 
Uscito dal Cenacolo, Gesù si è diretto verso l’orto dove era solito appartarsi
con i suoi, per passare la notte in preghiera.
Ha chiamato più vicini a sé Pietro, Giacomo e Giovanni; si è allontanato
alcuni passi e si è prostrato a terra.
San Luca precisa: “Entrato in agonia, il Signore pregava più intensamente;
e il suo sudore divenne come gocce di sangue che cadevano a terra”.
È questa dura e crudele sofferenza che noi vogliamo meditare.
Ma c’è un atteggiamento interiore che vorrei raccomandare a me e a voi quando
riflettiamo sull’agonia di Gesù; ed è un atteggiamento di umiltà.
Perché, siamo davanti ad un vero uomo, ma siamo davanti anche al vero
Dio, non dimentichiamolo.
Non possiamo toglierli tutti i veli, non possiamo penetrare del tutto il Lui; la sua
dimensione spirituale resterà sempre in qualche modo impenetrabile a noi uomini.
Invece, purtroppo, noi ci abbandoniamo spesso a interpretazioni presuntuose
su questa agonia di Gesù.
Interpretiamo la sua divina esperienza con la nostra meschina esperienza;
pretendiamo di radiografare e di leggere quel patimento con i nostri miseri
sensi; con le nostre lenti miopi.
Osiamo perfino ridurre tutta l’angoscia di Cristo a una paura; la paura dei
chiodi, della crocifissione, della morte; come se il sublime Rabbì di Nazareth
fosse meno eroico del povero pescatore Simon Pietro, che abbracciò la croce
con slancio, con entusiasmo; per poi defilarsi per paura, alla prima occasione
capitatagli per dimostrare al Maestro il suo amore per Lui.
Vorrei però cercare di sfiorare con umiltà il mistero della sofferenza
di Gesù nel Getsemani.
Nell’Antico Testamento la sofferenza era vista come una disgrazia; la si
riteneva un castigo di Dio (però non siamo tanto lontani neanche adesso).
I Salmi traboccano di grida di angoscia e di suppliche; si invoca
incessantemente Dio per essere liberati dai mali che appaiono come un
marchio di condanna, un marchio di indegnità e di scandalo per gli altri.
Finchè avviene una folgorazione, attraverso i Profeti, uno sprazzo di luce
sconvolgente; c’è la scoperta della sofferenza e del suo valore di redenzione;
una scoperta che si precisa ed emerge nella profezia di Isaia.
Si staglia all’orizzonte dell’Antico Testamento la figura misteriosa dell’Uomo
dei dolori, “disprezzato e reietto dagli uomini, familiare col patire”.
Segno distintivo di quest’Uomo dolente è il patimento; ma la colpa non è in
Lui; Egli è innocente; e nonostante tutto si confonde con i peccatori, portando
su di sé la loro colpa: “Ha portato i nostri affanni, si è addossato i nostri dolori,
è stato trafitto per i nostri delitti, schiacciato per le nostre iniquità.
Il nostro castigo si è abbattuto su di Lui, per le sue piaghe siamo stati guariti”,
annuncia Isaia.
Questa profezia del Messia, illumina come un bagliore nella notte dei tempi
la figura e la missione di Gesù di Nazareth; che illumina la sua rivelazione.
E ci accorgiamo che Cristo non è venuto soltanto a portare la legge dell’amore,
ma è venuto a portare la fede nel dolore; è venuto a restituire dignità al dolore.
Dall’alto della collina delle Beatitudini Egli annuncia il dolore come gloria:
“Beati quelli che piangono”; annuncia il dolore non più come segno di castigo,
ma come segno di predilezione per coloro che lo porteranno per amore di
Dio e degli uomini.
La passione e la morte di Cristo, diventano la pienezza delle rivelazioni del
disegno di Dio; il trionfo dell’Amore.
Nella croce di Cristo esplode la vittoria dell’Amore.
L’angoscia mortale di Cristo nel Getsemani è dunque l’esplosione di questa vittoria.
E Cristo stesso ce lo dice: “L’anima mia è turbata; e che dirò?
Padre, salvami da quest’ora?
Ma è per questo che sono giunto a quest’ora!”.
Cristo dunque, venne per l’ora che batte nell’orto degli Ulivi. Ricordiamolo!
Cristo venne per l’immensa agonia che ci avrebbe portato l’immensa salvezza.
Allora, non vi pare che la nostra meditazione sul Getsemani si stia snebbiando?
Ora comprendiamo che il nostro errore più grande è quello di voler rimpicciolire,
immiserire, le sofferenze del Salvatore del mondo; è quello di ridurre le sue
innumerevoli sofferenze a una sola sofferenza; è quello di livellare le sue
misteriose sofferenze al livello delle sofferenze che noi conosciamo; è quello di
adeguarle a misura nostra, mentre esse erano a misura del Messia, del Figlio di Dio.
La misteriosa sofferenza di Gesù, fu una somma di sofferenza tale che nessun
uomo non avrebbe mai potuto portarne una uguale.
La sofferenza di Cristo fu un oceano di sofferenze.
Le ondate del dolore fisico e psicologico, furono così violente da fargli sudare
sangue; perché erano le ondate di tutto il nostro dolore; dei nostri mali,
delle nostre solitudini e delle nostre sofferenze.
E su di esse si abbattevano senza respiro i flutti dei patimenti morali.
Sulla riva del Cuore Amante di Gesù, venivano a infrangersi tutti i tradimenti,
tutte le offese, tutti i raccapriccianti peccati che l’uomo avrebbe commesso,
infrangendo la legge di Dio.
Colui che era Figlio di Dio, tutt’Uno col Padre, ne riceveva lo schiaffo.
Io credo che nella trasparenza del calice amaro del Getsemani, Gesù intravide
tutto il dolore paterno!
E fu l’anticipo del fiele che gli avrebbero fatto bere.
Ma tutto questo era ancora poco.
Era ancora poco perché tutto fosse compiuto.
Ai dolori fisici e morali si doveva aggiungere il dolore estremo, il dolore più
straziante per il Figlio; quello di perdere il Padre, quello di restare senza di Lui.
Il Vangelo ci rivela in tanti modi che Gesù godeva il favore della presenza del
Padre, dell’unione mistica con Lui.
Quando il Padre, come ultima prova si nascose a Gesù, lo spezzarsi di quel
prezioso dovette essere per il Figlio di Dio come uno schianto esistenziale,
dovette assomigliare allo spasimo di uno cui si toglie l’aria.
Io credo che a quel dolore il cuore di Cristo non resse: “Padre, se è possibile,
si allontani da me questo calice”; la perdita di quella luce dovette essere per
Gesù come un’insostenibile; “notte oscura”; ”una notte dello spirito”, un deserto
di tenebre, di abbattimento; terra natale della morte, notte dell’abbandono, caverna
della desolazione; notte altissima di ore terribili, in cui Dio è ignoto all’anima.
L’anima vuol sentirlo ad ogni costo, ma dove ritrovarlo? Dove cercarlo?
Nulla rimane, se non fare ascendere al trono del Padre questo lamento: “Dio mio,
Dio mio, perché mi hai abbandonato?”.
Nel Getsemani, Gesù visse l’ora per la quale era venuto, l’ora della vittima d’Amore
per eccellenza: “Sacerdote in eterno”, che soffre e si offre per la nostra salvezza.
Impariamo a tacere davanti a Gesù agonizzante.
Il nostro compito non è quello di scoprire, di comprendere, di misurare il dolore
di Gesù; il nostro compito è quello di vegliare con Lui nell’ora del dolore.
“Così non siete stati capaci di vegliare un’ora sola con me?”. (Matteo 26,40)
Il luogo più importante credo sia il Getsemani, perché in quel luogo il Salvatore
non ci ha dato ma ci ha chiesto; e a questo Cristo che chiede non si può non
rispondere; non si può chiudere il cuore ma bisogna spalancarlo.
Che ora stupenda, è l’ora in cui Gesù ci chiama a stargli vicino mentre prega!
Quante emozioni, quante commozioni!
Nel buio dell’agonia, affiorano i lineamenti di Gesù orante, di Gesù
maestro di interiorità.
Noi pensiamo troppo poco ai grandi momenti di preghiera del Signore;
eppure, quante volte il Vangelo li sottolinea: “Gesù si ritira a pregare;
Gesù invita gli Apostoli a pregare!”.
Non consideriamo mai abbastanza che Gesù è l’Essere più religioso che sia
vissuto su questa terra; e dimentichiamo sempre di chiedergli di ravvivare la
nostra religiosità, la nostra devozione: “Signore, dovremmo dirgli, come gli
dissero gli Apostoli; insegnaci a pregare!”.
E sarebbe già questa una bellissima preghiera.
Ora, mentre Lui prega, prostrato, noi scopriamo che Cristo non è altro che una
preghiera vivente; che la sua esistenza non è stata altro che una continua ricerca
di contatto con il Padre; che nel rapporto con il Padre, Cristo trova l’ispirazione
per la sua Parola, per i suoi Atti; scopriamo che in Lui non ci sono differenze tra
il vivere e il pregare, ma è pregando che Egli apprende come incarnare l’Amore
che lo lega al Padre; scopriamo che la sua preghiera non è;-come lo è per noi-,
uno stanco mormorio di labbra, ma è la ricerca struggente di ciò che il Padre
vuole, desidera e attende.
Non so se anche voi vi sentite come attirati, calamitati, ad entrare un pò di più
dentro questo Gesù del Getsemani, che prega, che soffre, che geme: “Vegliate
con me, restate con me almeno un’ora!”.
Non sentite anche voi un’emozione particolare a questa supplica?
Sembra come l’invito ad una condivisione più intima, ad una vicinanza più
stretta, ad un legame più assoluto.
Credo che il Getsemani ci lancia un invito speciale; più che a pregare, più che
a meditare, il Getsemani ci invita a contemplare Cristo: “contemplare”, è l’apice
della preghiera, “contemplare” è rinunciare alle proprie parole, alle proprie
inclinazioni; “contemplare”, è diventare soltanto sguardo, ascolto e
penetrazione; “contemplare”, è cercare di conoscere Dio più di noi
stessi; “contemplare”, è distogliersi da noi, per fissarsi in Dio, sulle bellezze
e sulle meraviglie di Lui; contemplare Dio, è posare lo sguardo sul Dio vero;
ed è sentire il suo sguardo, come si sente lo sguardo della persona amata,
quando ci è vicina e noi chiudiamo gli occhi.
Contemplare Lui è dimenticarsi di noi e sciogliersi in lui.
San Paolo dice: “Non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me”.
Mi pare che ci aiuti a capire cos’è la comunione con Dio, che si realizza
pienamente soltanto immergendosi in Lui.
Ascoltatela e non la dimenticherete più.
Non si conosce Dio dalla dottrina o dalle immagini.
Il segreto del vero possesso è l’incontro, è la comunione, è un lavoro di fusione
che non finisce mai e che è sempre suscettibile di perfezionarsi.
Vi sarà qualcosa che si perde di noi ma non è una perdita, è una conquista; ciò che
noi stiamo per diventare è più splendido e appagante di ciò che eravamo prima!
Dalla grotta del Getsemani, il Signore ci invita a conoscerlo in questa maniera
totale, in questa fusione crescente e lievitante.
Restate con me, rimanete con me!
Si, restiamo con Lui, immaginiamoci in Lui!
E alla fine grideremo anche noi: “Sono io! Io che vivo, io in Lui e Lui in me!
Lui l’oceano di cui siamo i granelli di sale.
Lui, la vite di cui siamo i tralci!”.
Venne la terza volta e disse l’oro: “Dormite ormai e riposatevi!
Basta, è venuta l’ora; ecco il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle
mani dei peccatori”. (Marco 14,41)
Al termine della cena nella sala alta del Cenacolo, il Signore aveva iniziato
la sua stupenda preghiera dicendo: “Padre, l’ora è giunta.
Al termine della sua preghiera nel Getsemani, questa stessa frase torna
nuovamente sulle labbra di Gesù! Ecco è giunta l’ora!”.
L’ora del Salvatore è paradossalmente l’ora della passione.
Ma è anche l’ora della sua glorificazione.
Attraverso l’ora del suo sacrificio, Cristo passa dalla gloria effimera delle
folle, alla gloria perenne del Padre.
Il titolo di gloria di Gesù davanti al Padre è la sua volontà di riscattare il genere
umano, di riconciliare il Cielo con la Terra, di restituire al Paradiso i figli scacciati.
Per questa gloria Cristo si è caricato della Croce, si è addossato i nostri affanni
e i nostri dolori, è stato trafitto per i nostri delitti, schiacciato per le nostre iniquità,
castigato e umiliato fino alla morte sul Golgota; tutto è stato consumato,
tutto è stato vinto da Lui.
Tramite Lui, gli uomini hanno recuperato la sorte di figli di Dio e con Lui risorgeranno.
Ma in nome dell’Amore che è comunione, è necessario che tutti noi portiamo la
nostra porzione di sofferenza, di passione, per partecipare alla glorificazione di Cristo.
Anche per noi, deve giungere l’ora del dolore in attesa dell’ora della gloria.
È stato detto: “Nessun uomo è senza dolore; e se così fosse, non sarebbe un uomo”.
Perché l’uomo è sensibile, è comunione; se anche non soffrisse mai per sé,
soffrirebbe per quelli che soffrono, altrimenti sarebbe disumano.
Tanto meno il nostro Signore Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo, è disumano.
Difatti;-come dice San Paolo-, Cristo Gesù pur essendo di natura divina, non
considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio, ma spogliò sé stesso
assumendo forma umana.
Anche la sua preghiera nel Getsemani, è in forma umana: “Padre se è possibile
allontana da me questo calice!”.
Sembra che Cristo voglia dire a ciascuno di noi.
Prega anche tu così, come ho pregato Io.
Puoi chiedere anche tu che il tuo calice si allontani da te.
Il Padre è un Dio pietoso, è un Dio che ti viene incontro, un Dio che,
se possibile, ti toglierà questa croce dalle spalle.
MA PREGA!
Il Padre è un Dio giusto che in ogni modo userà la tua preghiera a tuo favore
e come una moneta; te la scambierà con l’oro del conforto, della dolcezza,
del coraggio per aiutarti a portare quel peso quale offerta.
Spesso parliamo dei Santi, dei mistici, dei martiri, che sono stati chiamati alla
vocazione della sofferenza per amore di Cristo e delle anime.
Anche noi possiamo essere dei santi, dobbiamo solo offrire al Signore le nostre
sofferenze, come quelle che stiamo vivendo in questo periodo a causa di questo
virus, viviamole con amore e offriamole a Lui, ne sentiremo meno il peso.
Buona lettura e meditazione amici, Fausto.
PS. Domani metterò la 2° parte della meditazione sul Getsemani.

martedì 7 aprile 2020

Il Vangelo del Mercoledì 8 Aprile 2020


Mercoledì della settimana Santa.
Prima lettura dal libro del profeta Isaìa (50,4-9a)
Il Signore Dio mi ha dato una lingua da discepolo, perché io sappia
indirizzare una parola allo sfiduciato.
Ogni mattina fa attento il mio orecchio perché io ascolti come i discepoli.
Il Signore Dio mi ha aperto l'orecchio e io non ho opposto resistenza,
non mi sono tirato indietro.
Ho presentato il mio dorso ai flagellatori, le mie guance a coloro che mi
strappavano la barba; non ho sottratto la faccia agli insulti e agli sputi.
Il Signore Dio mi assiste, per questo non resto svergognato, per questo rendo
la mia faccia dura come pietra, sapendo di non restare confuso.
È vicino chi mi rende giustizia: chi oserà venire a contesa con me? Affrontiamoci.
Chi mi accusa? Si avvicini a me.
Ecco, il Signore Dio mi assiste: chi mi dichiarerà colpevole?
Parola di Dio.
Dal Vangelo secondo Matteo (26,14-25) anno pari.
In quel tempo, uno dei Dodici, chiamato Giuda Iscariòta, andò dai capi dei
sacerdoti e disse: «Quanto volete darmi perché io ve lo consegni?».
E quelli gli fissarono trenta monete d'argento.
Da quel momento cercava l'occasione propizia per consegnare Gesù.
Il primo giorno degli Ázzimi, i discepoli si avvicinarono a Gesù e gli dissero: «Dove
vuoi che prepariamo per te, perché tu possa mangiare la Pasqua?».
Ed egli rispose: «Andate tin città, da un tale, e ditegli: "Il Maestro dice: Il mio
tempo è vicino; farò la Pasqua da te con i miei discepoli"».
I discepoli fecero come aveva loro ordinato Gesù, e prepararono la Pasqua.
Venuta la sera, si mise a tavola con i Dodici.
Mentre mangiavano, disse: «In verità io vi dico: uno di voi mi tradirà».
Ed essi, profondamente rattristati, cominciarono ciascuno a domandargli: «Sono
forse io, Signore?».
Ed egli rispose: «Colui che ha messo con me la mano nel piatto, è quello che mi tradirà.
Il Figlio dell'uomo se ne va, come sta scritto di lui; ma guai a quell'uomo dal
quale il Figlio dell'uomo viene tradito!
Meglio per quell'uomo se non fosse mai nato!».
Giuda, il traditore, disse: «Rabbì, sono forse io?».
Gli rispose: «Tu l'hai detto».
Parola del Signore.
Meditazione personale sul Vangelo di oggi.
Tu l’hai detto.
Molte volte, nel Vangelo di Matteo, Gesù dona questa risposta ad una domanda diretta.
Così al Sommo sacerdote che gli chiede se Egli sia il Figlio di Dio, così a Pilato.
To lo dici; sta a te decidere.
Sta a te decidere se Gesù è il Messia, sta a te decidere se sono innocente,
sta a te decidere, Giuda, se vuoi essere il traditore.
Davanti ad un mondo che incolpa sempre gli altri, che fugge le proprie
responsabilità (vediamo il nostro governo attuale, rimanda tutto e non decide
niente), invece, Gesù ci tratta da adulti, ci obbliga a stare davanti alle nostre
scelte senza scappare.
Non è colpa degli altri se la mia vita va male, non ce l’hanno con me in ufficio e quindi
per questo sono infelice, non ho avuto un’infanzia difficile e allora divento violento.
Possiamo essere influenzati fino al limite, pagare un pesante pedaggio al nostro passato,
alla nostra formazione, al nostro carattere, ma restiamo straordinariamente liberi.
Così Giuda; libero di decidere se fare il traditore o meno, ha sbagliato, certo,
ma ha capito il suo errore, e noi lo abbiamo capito il nostro errore; se non
ci riusciamo, facciamoci aiutare dalla preghiera.  
Padre nostro che sei nei cieli, sia santificato il
tuo nome, venga il tuo regno, sia fatta la tua
volontà come in cielo così in terra.
Dacci oggi il nostro pane quotidiano, rimetti a
noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri
debitori, e non ci indurre in tentazione,
ma liberaci dal male. Amen.
Ave, o Maria, piena di grazia, il Signore è con te.
Tu sei benedetta fra le donne e benedetto il frutto
del tuo seno, Gesù.
Santa Maria, Madre di Dio, prega per noi peccatori,
adesso e nell'ora della nostra morte. Amen.
Gloria al Padre e al Figlio e allo Spirito Santo.
Come era nel principio, ora, e sempre,
nei secoli dei secoli. Amen.
Buona giornata, Fausto.

Ecco amici come promesso, la mia meditazione sulla Settimana Santa, iniziamo oggi con la Cena per eccellenza, in anticipo perchè altrimenti non riuscirei a terminare in tempo in quanto nell'insieme è molto lunga, così facendo abbiamo la possibilità di entrare passo dopo passo, nel grande gesto d'amore del Signore, buona lettura.


Col Cuore nel Cenacolo.
Gesù mandò alcuni discepoli in città e disse loro: “Appena entrate in città,
vi verrà incontro un uomo che porta una brocca d’acqua; seguitelo.
Egli vi mostrerà una sala al piano superiore, grande e addobbata; là preparerete”.
Essi andarono e trovarono tutto come aveva loro detto e prepararono la Pasqua.
In quella sala, Gesù desiderò celebrare la sua ultima Pasqua ebraica e la sua
prima Pasqua cristiana.
Dunque il Cenacolo situato sulla collina di Sion, non è una sala qualsiasi ma una
Chiesa, la Chiesa fondata da Gesù, la Chiesa di Gesù e nostra prima chiesa cristiana.
Dopo quel primo giovedì Santo in quella sala-che fu risparmiata anche dalla
distruzione di Gerusalemme-il culto cristiano si è svolto ininterrottamente per
anni e anni; per anni e anni i pellegrini sono entrati in quella sala per venerarla
come madre di tutte le chiese, ma anche come culla della Chiesa nascente, conchiglia
dello Spirito Santo, primo Tabernacolo e Santuario della devozione cristiana.
Allora possiamo chiederci; quali erano i sentimenti di Gesù, quando varcò
la soglia di quel luogo?
Io i sentimenti di Gesù ho cercato di intuirli attraverso il Vangelo per tutti voi amici.
Il Vangelo ci narra che quando era a Gerusalemme, il Signore insegnava ogni
giorno nel tempio; e di notte usciva per pregare e stava sul monte degli Ulivi;
ma già fin dal mattino tutto il popolo lo cercava per ascoltarlo; dovunque si
spostava le folle lo seguivano, perché questo grande Rabbì compiva grandi
prodigi, misteri gratificanti ed esaltanti.
Quando però Gesù ha parlato di misteri dolorosi, di misteri scandalosi, quando
ha parlato di croce, di morte, di umiliazione, allora le folle gli hanno voltato le
spalle: “Quelle parole dice il Vangelo, chi poteva sostenerle?”.
Questo, è il prologo! Ora la mia meditazione!
Allora con quale animo quella sera Gesù sarà entrato in quella sala sapendo
che; “da Dio era venuto e a Dio ritornava?”.
Io credo che Gesù, quel giovedì Santo, sia entrato nel Cenacolo con una piccola
speranza; la speranza che almeno quel residuo, di dodici uomini accogliesse
il mistero di quell’ultima Cena; che non si scandalizzassero; che non lo
abbandonassero; che resistessero alla prova: Gesù doveva infatti provarli,
doveva sapere se erano disposti a credere in un maestro, Figlio di Dio, che lava
i piedi ai discepoli e riassume in quel gesto tutta la follia delle Beatitudini;
doveva sapere se erano disposti a credere nel Dio dell’Eucaristia e, cioè in un
Dio che vuole soffrire e morire per riscattarci; che vuole alimentarci non solo
nello spirito ma anche nel corpo, facendosi pane per tutti, per ogni tempo;
Gesù doveva sapere se erano disposti a credere in un Dio che affida la sua
nuova ed eterna alleanza al sacerdozio, di uomini impreparati e peccatori.
Giuda non superò quella prova e fuggì.
Gli altri undici restarono, nonostante lo sbigottimento; restarono
per; “aver parte” con Cristo.
“Anche se tutti si scandalizzassero di Te, io non mi scandalizzerò mai”,
rispose Pietro a Gesù quella sera.
Pietro aveva queste repentine folgorazioni e capiva che il requisito fondamentale
per aver parte con Cristo era quello di non scandalizzarsi di lui; e quando Gesù
gli propose lo scandalo della lavanda dei piedi come condizione per essere con
Lui, esclamò: “Non solo i piedi ma anche le mani e il capo!”.
Pietro intuiva che il discepolo di Cristo deve anzitutto piegarsi al maestro, deve
esercitare la fede, deve insomma avere lo spirito pronto anche se la carne è debole.
La carne di Pietro era debole ma il suo spirito poteva pronunciare gli attestati
di fede più sconvolgenti: “Tu sei il Cristo, il Figlio di Dio vivente”.
E ora: “Io non mi scandalizzerò mai!”.
Questa frase di Pietro può essere presa come chiave d’ingresso al Cenacolo;
perché nel Cenacolo Cristo ci attende, non per chiederci se la nostra carne
è debole ma, per chiederci se il nostro spirito è pronto.
Da quel giovedì Santo il Signore, continua a dare appuntamento nel Cenacolo
a tutti i suoi, noi compresi, io per primo, per verificare la nostra fede; perciò,
ognuno di noi viene provato.
Perciò io dico; se non sappiamo accettare un Dio che sconvolge; se non sappiamo
benedire le sue vie anche quando non sono le nostre vie; se non sappiamo capire
che le sue ragioni non sono le nostre ragioni; se non sappiamo confidare in questo
Dio che tollera tutto ciò che a noi sembra intollerabile; cioè l’intollerabile dolore
nel mondo, l’intollerabile ingiustizia, l’intollerabile corruzione, l’intollerabile
sfortuna dei buoni e la fortuna dei cattivi, l’intollerabile sofferenza e la morte
dei più piccoli; se non sappiamo credere che il mistero di Dio è sempre un mistero
d’Amore finalizzato all’Amore senza fine, allora vi dico, non entriamo nel Cenacolo;
fuggiamo come fuggì Giuda, perché non potremo, “aver parte”, con il Dio del
Cenacolo; nel Cenacolo si entra con la fede a prova di mistero o non si entra;
in quella Chiesa ci aspettano i misteri vertiginosi della nostra fede, misteri inviolabili.
Se la nostra fede resiste anche quando la nostra mentalità è calpestata; se la nostra
fede resiste anche quando la nostra carne è ferita; se la nostra fede resiste anche
quando Dio ci chiede troppo, allora e soltanto allora possiamo dire che la nostra
fede è vera Fede, e possiamo sperare di, “aver parte”, con il Signore.
Gesù sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e, che era venuto da
Dio e a Dio ritornava, si alzò da tavola, depose le vesti e, preso un asciugatoio,
se lo cinse attorno alla vita; poi versò dell’acqua nel catino e cominciò a lavare
i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l’asciugatoio di cui si era cinto; venne
dunque da Simon Pietro e questi gli disse: “Signore, tu lavi i piedi a me?”.
Rispose Gesù: “Quello che io faccio, tu ora non lo capisci, ma lo capirai dopo”.
Gli disse Simon Pietro: “Non mi laverai mai i piedi!”.
Gli rispose Gesù: “Se non ti laverò, non avrai parte con me”.
Gli disse Simon Pietro: “Signore, non solo i piedi, ma anche le mani e il capo!”.
(Giovanni 13.3-9)
Questo brano è paragonabile ad un cielo stellato, più noi fissiamo le stelle più
ne vediamo, è una visione ottica e questo dovrebbe accadere nel nostro animo,
più noi fissiamo il nostro pensiero a quello che è accaduto nel Cenacolo il
giovedì Santo e più scopriamo qualche nuova luce, qualche bagliore nuovo,
è come se nel Cenacolo divampasse un incendio di luci.
Quei grandi eventi si aprono con il gesto solenne di Gesù, che all’inizio della
Cena depone il mantello, versa dell’acqua in un catino e comincia a lavare
i piedi ai discepoli.
Non so se sapete che a quell’epoca la legge diceva che: “Non ti lascerai mai
lavare i piedi, non permetterai mai a qualcuno di lavarti i piedi”.
Al tempo di Gesù, neppure gli schiavi erano obbligati a compiere questo
servizio umiliante; perciò ogni israelita osservante e tanto più un Rabbì
avrebbe rispettato questa tradizione.
Invece il Rabbì di Nazareth, il Maestro dei dodici, la infrange fino al punto
di compiere Lui stesso questo servizio.
“Quante luci risplendono in quel gesto così significativo!”.
Il primo significato che si potrebbe cogliere, credo sia questo; nessuno, né discepolo,
né maestro, né schiavo, nessuno deve sentirsi umiliato nel compiere un atto di carità.
Se un nostro fratello ha i piedi stanchi, polverosi, bisognosi del nostro sollievo,
con gioia dobbiamo chinarci e servirlo; nessuna legge o consuetudine umana
può esentarci dalla carità.
Agli occhi di Dio non sarà mai umiliante un gesto suggerito dalla legge del cuore,
la legge divina è sempre dalla parte del cuore umano; lo sapeva San Francesco
che baciava i lebbrosi emarginati dalla società, lo sapeva Madre Teresa che
raccoglieva gli impuri, i dimenticati, i moribondi più ripugnanti e lo sanno
i; “giusti” di ogni tempo che hanno stimolato i popoli a mettere più cuore nelle
loro leggi, che hanno combattuto contro le leggi ingiuste, le leggi schiaviste,
razziste, abortiste, le leggi dell’egoismo; lo sanno i Santi che hanno inventato
le scuole per i poveri, gli ospedali per gli ammalati, che ora invece chiudono solo
perché ce lo chiede l’Europa, salvo poi scoprire che ne abbiamo estremamente
bisogno, come ora con questa pandemia, gli ospizi per i senza tetto, le case per
gli orfani, anche quando questa carità non era nelle leggi degli uomini.
Il gesto di Gesù ci insegna che la carità è una legge più grande di ogni legge
umana e che il cristiano deve obbedire alla legge della coscienza prima di
ogni altra legge. Ma ora la coscienza c’è ancora?
Subito dopo questo significato, direi che ne affiora un altro non meno importante.
Con la lavanda dei piedi Gesù ci insegna che la carità va fatta in proprio, che non
possiamo dispensarcene; nella carità, il servo sia come il padrone, il Rabbì come
il discepolo, il ricco come il povero, il giovane come il vecchio.
La carità è la madre degli uomini e non c’è prestigio personale che esoneri un
figlio dall’obbedire a questa madre.
E andiamo allora ancora più in profondità; Gesù si china sui piedi dei discepoli;
i piedi non sono il volto, non sono una parte attraente dell’uomo; i piedi di
Giovanni non avevano la gentilezza del suo volto; i piedi di Filippo non
attraevano come i suoi bei lineamenti greci; i piedi di Pietro non conquistavano
come i suoi slanci generosi.
I piedi sono una miseria al confronto; eppure Gesù si inginocchia davanti a tanta
miseria per insegnarci a servire i fratelli senza guardare al loro volto, senza
guardare a simpatie, a preferenze, ad attrattive, senza cercare alcuna gratificazione.
Ma c’è un’altra lezione da imparare che è quella di inginocchiarsi; saper imparare
a inginocchiarsi nel servizio ai fratelli ma, a sua volta, ogni fratello deve sapere
accettare la carità altrui con gratitudine e semplicità, come Gesù insegnò a Pietro
che non voleva farsi lavare i piedi.
Può darsi che un giorno tocchi a noi ad aver bisogno che ci lavino i piedi, il capo
e le mani, o che ci imbocchino, o che ci vestano; e da questo capisco ancora di
più il l’insegnamento di Gesù; quando qualche tempo fa, a causa dei problemi
fisici di mia moglie ho dovuto cominciare ad aiutarla a farsi la doccia perché da
sola non ce la fa e, quando mi sono accorto che aveva le unghie dei piedi lunghe,
mi sono inginocchiato e gliele ho tagliate, lei si è messa a piangere, perché per
lei era un’umiliazione, e mi sono trovato a fare come il Signore: “Non ti preoccupare,
non c’è problema, per la mia amata, questo ed altro”.
Perciò, Gesù ci insegna che per, “aver parte”, con Lui bisogna saper fare la carità
ma anche saper riceverla; la carità va fatta con dolcezza e umiltà ma va anche
ricevuta con dolcezza e umiltà.
Quanta luce emana quel gesto di Gesù!
Se l’ultima Cena è la prima Messa nel mondo, allora la lavanda dei piedi è la
prima omelia al mondo.
Leggiamola con commozione e raccoglimento; e facciamo tesoro della sua
conclusione, cioè delle parole che disse Gesù: “Anche voi, fate come io ho fatto a voi!”.
È un invito che non è limitato alla lavanda dei piedi, ma vuole essere un invito
molto più ampio, vuol dire; in ogni cosa comportiamoci come si comporterebbe
Cristo; impariamo ad essere liberi da tutto e schiavi solo di Cristo.
In ogni cosa, chiediamoci cosa farebbe Cristo e facciamolo.
Imitiamo Cristo! È questa la regola d’oro della carità.
Quando ebbe lavato loro i piedi e riprese le vesti, sedette di nuovo e disse
loro: “Sapete ciò che vi ho fatto?”.  (Giovanni 13.12)
Ogni volta che abbiamo meditato la lavanda dei piedi, l’abbiamo sempre meditata
come una lezione sulla carità, giustamente, eppure sembra che non ne abbiamo
ancora appreso tutti i significati; sembra che il Signore continui a rivolgere anche
a noi la domanda che rivolse agli apostoli: “Capite che cosa vi ho fatto?”.
Prima di rispondergli, proviamo a riflettere e a chiederci; si può trarre un
insegnamento più profondo in quel gesto che appare soltanto un emblema
della carità verso il prossimo?
Cos’altro dobbiamo capire della carità?
Per tentare di capire, cominciamo col tornare indietro a una lavanda di piedi
e a una cena precedente, dove sembra che Gesù sminuisca il valore delle
opere buone verso il prossimo.
È la cena di Betania!
Gesù vi prende parte insieme a Giuda e ad altri discepoli.
Durante il convito interviene Maria, che prese una libbra di essenza di nardo
da un vaso prezioso, unge il capo e i piedi di Gesù.
Tutta la casa si riempie della fragranza di quel profumo.
Giuda però osa esprimere il suo disappunto; e lo fa con un argomento che
avrebbe dovuto chiudere la bocca al suo Rabbì: “Non era meglio che si
vendesse quell’unguento per darne il ricavato ai poveri?”.
Ma ancora una volta, Gesù rovescia la situazione e fa a pezzi le certezze di chi
lo circonda: “Lasciatela stare, dice, essa ha compiuto un’opera buona verso di
me; i poveri li avete sempre con voi, ma non sempre avete me; dovunque sarà
annunziato il Vangelo in tutto il mondo, si narrerà ciò che essa ha fatto”.
Poi, Gesù sottolinea un altro punto importante: “Ciò che poteva fare, ella lo ha
fatto, ungendo in anticipo il mio corpo per la sepoltura”.
È questo il punto che volevo fare affiorare.
A questa mensa Gesù insegna che le occasioni per offrire a Dio un atto d’amore
non vanno perdute; e che un atto d’amore dedicato a Lui ci conduce misteriosamente
a compiere atti d’amore per l’uomo; così come il nardo della Maddalena, dedicato al
vero Dio, diventa atto pietoso anche per il vero uomo; per la sepoltura del suo corpo.
La mensa di Betania è la lezione complementare alla lezione del Cenacolo; perché
la vera carità, la carità piena, la carità santa di cui ci parla San Paolo, si esercita
soltanto quando si esercita anche la carità verso Dio.
Se non spendiamo il profumo della nostra anima per Cristo, se non ci inginocchiamo
ai suoi piedi, se non guardiamo a Lui, la nostra carità rischia di essere fragile e non
matura, di essere superficiale, (tanto per mettere la coscienza tranquilla) non
integra, affannosa e non gioiosa, antiquata e non profetica.
Il Signore è morto in Croce non perché il cristiano semini nella sua vita minuscoli
miracoli di carità quotidiana, ma perché tutta la sua vita sia un intero miracolo di carità.
E questo autentico miracolo si compie soltanto con Lui.
La lezione che Gesù dette a Giuda in Betania e la lezione che dette agli Apostoli
nel Cenacolo sono un’unica lezione, sono un unico modello per il cristiano; come
i due comandamenti nuovi del Signore sono un unico comandamento: “Ama Dio
con tutto te stesso, con tutte le tue forze, e ama il prossimo tuo come te stesso”.
Un cristianesimo che si riduce alla pratica di una certa solidarietà con il prossimo,
non ha più niente a che fare con il cristianesimo evangelico; la carità cristiana
è una forma di amore che rivolgiamo a Dio.
L’amore per Dio sorpassa i limiti di una carità puramente umana e carnale,
perché ci fa amare il prossimo nella sua dimensione e vocazione eterna.
Si tratta dunque di conservare e di aumentare in noi quel senso di Dio che deve
essere il fondamento di ogni nostro rapporto con gli altri.
Nella contemplazione di Dio, si svegliano nell’uomo i sentimenti profondi della
donazione e della lode, cioè i sentimenti che fanno parte della dimensione integrale
dell’uomo; per cui un uomo che non ha questo senso di Dio, è un uomo a cui
manca qualcosa, manca il vaso dell’amore, manca la totalità dell’amore autentico.
In certe epoche del cristianesimo si è data poca importanza all’amore del prossimo.
Ma l’errore di oggi, reale e grande, è inverso.
Oggi si è tentati di credere che il cristianesimo si esprima essenzialmente con
l’amore del prossimo, e facciamo dell’amore di Dio qualcosa di secondario.
Questo è radicalmente contrario all’esempio di Cristo; tutta la vita di Cristo fu
un duplice rapporto, uno con i fratelli, l’altro più profondo e intimo con il Padre.
Così deve essere anche per noi, l’equilibrio della nostra vita cristiana dipende
dalla misura in cui siamo capaci di unire queste due dimensioni, l’amore
a Dio e l’amore al prossimo.
Allora alla domanda che Gesù rivolge a tutti noi nel suo Santuario è: “Capite
cosa vi ho fatto?”.
E noi rispondiamo umilmente: “Signore, non sappiamo se abbiamo davvero
capito, ma Tu, aiutaci a capire”.
Si Signore, aiutaci a capire che l’amore è l’ossigeno vitale per la nostra vita.
Ecco amici, la mia interpretazione dell’Ultima Cena, dove il Signore si china
sulle nostre piaghe e le purifica con il suo amore.
Buona lettura e meditazione Fausto.
PS. Domani con la meditazione entreremo nel Getsemani.      



lunedì 6 aprile 2020

Il Vangelo del Martedì 7 Aprile 2020


Martedì della settimana Santa.
Prima lettura dal libro del profeta Isaìa (49,1-6)
Ascoltatemi, o isole, udite attentamente, nazioni lontane; il Signore dal seno materno
mi ha chiamato, fino dal grembo di mia madre ha pronunciato il mio nome.
Ha reso la mia bocca come spada affilata, mi ha nascosto all'ombra della sua mano,
mi ha reso freccia appuntita, mi ha riposto nella sua farètra.
Mi ha detto: «Mio servo tu sei, Israele, sul quale manifesterò la mia gloria».
Io ho risposto: «Invano ho faticato, per nulla e invano ho consumato le mie forze.
Ma, certo, il mio diritto è presso il Signore, la mia ricompensa presso il mio Dio».
Ora ha parlato il Signore, che mi ha plasmato suo servo dal seno materno per
ricondurre a lui Giacobbe e a lui riunire Israele-poiché ero stato onorato dal
Signore e Dio era stato la mia forza-, e ha detto: «È troppo poco che tu sia mio
servo per restaurare le tribù di Giacobbe e ricondurre i superstiti d'Israele.
Io ti renderò luce delle nazioni, perché porti la mia salvezza fino all'estremità della terra».
Parola di Dio.
Dal Vangelo secondo Giovanni (13,21-33.36-38) anno pari.
In quel tempo, [mentre era a mensa con i suoi discepoli,] Gesù fu profondamente
turbato e dichiarò: «In verità, in verità io vi dico: uno di voi mi tradirà».
I discepoli si guardavano l'un l'altro, non sapendo bene di chi parlasse.
Ora uno dei discepoli, quello che Gesù amava, si trovava a tavola al fianco di Gesù.
Simon Pietro gli fece cenno di informarsi chi fosse quello di cui parlava.
Ed egli, chinandosi sul petto di Gesù, gli disse: «Signore, chi è?».
Rispose Gesù: «È colui per il quale intingerò il boccone e glielo darò».
E, intinto il boccone, lo prese e lo diede a Giuda, figlio di Simone Iscariòta.
Allora, dopo il boccone, Satana entrò in lui.
Gli disse dunque Gesù: «Quello che vuoi fare, fallo presto».
Nessuno dei commensali capì perché gli avesse detto questo; alcuni infatti
pensavano che, poiché Giuda teneva la cassa, Gesù gli avesse detto: «Compra
quello che ci occorre per la festa», oppure che dovesse dare qualche cosa ai poveri.
Egli, preso il boccone, subito uscì. Ed era notte.
Quando fu uscito, Gesù disse: «Ora il Figlio dell'uomo è stato glorificato,
e Dio è stato glorificato in lui.
Se Dio è stato glorificato in lui, anche Dio lo glorificherà da parte sua e lo
glorificherà subito. Figlioli, ancora per poco sono con voi; voi mi cercherete
ma, come ho detto ai Giudei, ora lo dico anche a voi: dove vado io, voi non
potete venire».
Simon Pietro gli disse: «Signore, dove vai?».
Gli rispose Gesù: «Dove io vado, tu per ora non puoi seguirmi; mi seguirai più tardi».
Pietro disse: «Signore, perché non posso seguirti ora?
Darò la mia vita per te!».
Rispose Gesù: «Darai la tua vita per me?
In verità, in verità io ti dico: non canterà il gallo, prima che tu non m'abbia
rinnegato tre volte».
Parola del Signore.
Meditazione personale sul Vangelo di oggi.
Gesù deve salvare Giuda dalla disperazione e Pietro dalla sua ipocrisia.
Gli apostoli non si guardano dentro per scoprire il traditore, guardano gli altri,
e invece la tenebra è nel cuore di ognuno, ma solo Giuda capisce, anche se
troppo tardi il suo errore.
Davanti alla notte che abita il cuore di Giuda e alla fede ingenua di Pietro,
Gesù annuncia la sua glorificazione.
Proprio nel peggiore momento della sua vita, Gesù vede la possibilità concreta di
poter manifestare la gloria del Padre, di testimoniare che le sue parole sono vere.
Il momento è tragico, ma poco importa; Gesù è venuto per dare salvezza e lo farà.
Giuda è perso, ma il Maestro non è venuto proprio per salvare chi era perso?
Proprio salvando chi è lontano Dio manifesta la sua sconcertante volontà salvifica.
Basta incolpare gli altri dei loro errori amici, magari noi ne abbiamo di più
orrendi, facciamo mea culpa, facendoci aiutare dalla preghiera.
Padre nostro che sei nei cieli, sia santificato il
tuo nome, venga il tuo regno, sia fatta la tua
volontà come in cielo così in terra.
Dacci oggi il nostro pane quotidiano, rimetti a
noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri
debitori, e non ci indurre in tentazione,
ma liberaci dal male. Amen.
Ave, o Maria, piena di grazia, il Signore è con te.
Tu sei benedetta fra le donne e benedetto il frutto
del tuo seno, Gesù.
Santa Maria, Madre di Dio, prega per noi peccatori,
adesso e nell'ora della nostra morte. Amen.
Gloria al Padre e al Figlio e allo Spirito Santo.
Come era nel principio, ora, e sempre,
nei secoli dei secoli. Amen.
Buona giornata, Fausto.