martedì 7 aprile 2020

Ecco amici come promesso, la mia meditazione sulla Settimana Santa, iniziamo oggi con la Cena per eccellenza, in anticipo perchè altrimenti non riuscirei a terminare in tempo in quanto nell'insieme è molto lunga, così facendo abbiamo la possibilità di entrare passo dopo passo, nel grande gesto d'amore del Signore, buona lettura.


Col Cuore nel Cenacolo.
Gesù mandò alcuni discepoli in città e disse loro: “Appena entrate in città,
vi verrà incontro un uomo che porta una brocca d’acqua; seguitelo.
Egli vi mostrerà una sala al piano superiore, grande e addobbata; là preparerete”.
Essi andarono e trovarono tutto come aveva loro detto e prepararono la Pasqua.
In quella sala, Gesù desiderò celebrare la sua ultima Pasqua ebraica e la sua
prima Pasqua cristiana.
Dunque il Cenacolo situato sulla collina di Sion, non è una sala qualsiasi ma una
Chiesa, la Chiesa fondata da Gesù, la Chiesa di Gesù e nostra prima chiesa cristiana.
Dopo quel primo giovedì Santo in quella sala-che fu risparmiata anche dalla
distruzione di Gerusalemme-il culto cristiano si è svolto ininterrottamente per
anni e anni; per anni e anni i pellegrini sono entrati in quella sala per venerarla
come madre di tutte le chiese, ma anche come culla della Chiesa nascente, conchiglia
dello Spirito Santo, primo Tabernacolo e Santuario della devozione cristiana.
Allora possiamo chiederci; quali erano i sentimenti di Gesù, quando varcò
la soglia di quel luogo?
Io i sentimenti di Gesù ho cercato di intuirli attraverso il Vangelo per tutti voi amici.
Il Vangelo ci narra che quando era a Gerusalemme, il Signore insegnava ogni
giorno nel tempio; e di notte usciva per pregare e stava sul monte degli Ulivi;
ma già fin dal mattino tutto il popolo lo cercava per ascoltarlo; dovunque si
spostava le folle lo seguivano, perché questo grande Rabbì compiva grandi
prodigi, misteri gratificanti ed esaltanti.
Quando però Gesù ha parlato di misteri dolorosi, di misteri scandalosi, quando
ha parlato di croce, di morte, di umiliazione, allora le folle gli hanno voltato le
spalle: “Quelle parole dice il Vangelo, chi poteva sostenerle?”.
Questo, è il prologo! Ora la mia meditazione!
Allora con quale animo quella sera Gesù sarà entrato in quella sala sapendo
che; “da Dio era venuto e a Dio ritornava?”.
Io credo che Gesù, quel giovedì Santo, sia entrato nel Cenacolo con una piccola
speranza; la speranza che almeno quel residuo, di dodici uomini accogliesse
il mistero di quell’ultima Cena; che non si scandalizzassero; che non lo
abbandonassero; che resistessero alla prova: Gesù doveva infatti provarli,
doveva sapere se erano disposti a credere in un maestro, Figlio di Dio, che lava
i piedi ai discepoli e riassume in quel gesto tutta la follia delle Beatitudini;
doveva sapere se erano disposti a credere nel Dio dell’Eucaristia e, cioè in un
Dio che vuole soffrire e morire per riscattarci; che vuole alimentarci non solo
nello spirito ma anche nel corpo, facendosi pane per tutti, per ogni tempo;
Gesù doveva sapere se erano disposti a credere in un Dio che affida la sua
nuova ed eterna alleanza al sacerdozio, di uomini impreparati e peccatori.
Giuda non superò quella prova e fuggì.
Gli altri undici restarono, nonostante lo sbigottimento; restarono
per; “aver parte” con Cristo.
“Anche se tutti si scandalizzassero di Te, io non mi scandalizzerò mai”,
rispose Pietro a Gesù quella sera.
Pietro aveva queste repentine folgorazioni e capiva che il requisito fondamentale
per aver parte con Cristo era quello di non scandalizzarsi di lui; e quando Gesù
gli propose lo scandalo della lavanda dei piedi come condizione per essere con
Lui, esclamò: “Non solo i piedi ma anche le mani e il capo!”.
Pietro intuiva che il discepolo di Cristo deve anzitutto piegarsi al maestro, deve
esercitare la fede, deve insomma avere lo spirito pronto anche se la carne è debole.
La carne di Pietro era debole ma il suo spirito poteva pronunciare gli attestati
di fede più sconvolgenti: “Tu sei il Cristo, il Figlio di Dio vivente”.
E ora: “Io non mi scandalizzerò mai!”.
Questa frase di Pietro può essere presa come chiave d’ingresso al Cenacolo;
perché nel Cenacolo Cristo ci attende, non per chiederci se la nostra carne
è debole ma, per chiederci se il nostro spirito è pronto.
Da quel giovedì Santo il Signore, continua a dare appuntamento nel Cenacolo
a tutti i suoi, noi compresi, io per primo, per verificare la nostra fede; perciò,
ognuno di noi viene provato.
Perciò io dico; se non sappiamo accettare un Dio che sconvolge; se non sappiamo
benedire le sue vie anche quando non sono le nostre vie; se non sappiamo capire
che le sue ragioni non sono le nostre ragioni; se non sappiamo confidare in questo
Dio che tollera tutto ciò che a noi sembra intollerabile; cioè l’intollerabile dolore
nel mondo, l’intollerabile ingiustizia, l’intollerabile corruzione, l’intollerabile
sfortuna dei buoni e la fortuna dei cattivi, l’intollerabile sofferenza e la morte
dei più piccoli; se non sappiamo credere che il mistero di Dio è sempre un mistero
d’Amore finalizzato all’Amore senza fine, allora vi dico, non entriamo nel Cenacolo;
fuggiamo come fuggì Giuda, perché non potremo, “aver parte”, con il Dio del
Cenacolo; nel Cenacolo si entra con la fede a prova di mistero o non si entra;
in quella Chiesa ci aspettano i misteri vertiginosi della nostra fede, misteri inviolabili.
Se la nostra fede resiste anche quando la nostra mentalità è calpestata; se la nostra
fede resiste anche quando la nostra carne è ferita; se la nostra fede resiste anche
quando Dio ci chiede troppo, allora e soltanto allora possiamo dire che la nostra
fede è vera Fede, e possiamo sperare di, “aver parte”, con il Signore.
Gesù sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e, che era venuto da
Dio e a Dio ritornava, si alzò da tavola, depose le vesti e, preso un asciugatoio,
se lo cinse attorno alla vita; poi versò dell’acqua nel catino e cominciò a lavare
i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l’asciugatoio di cui si era cinto; venne
dunque da Simon Pietro e questi gli disse: “Signore, tu lavi i piedi a me?”.
Rispose Gesù: “Quello che io faccio, tu ora non lo capisci, ma lo capirai dopo”.
Gli disse Simon Pietro: “Non mi laverai mai i piedi!”.
Gli rispose Gesù: “Se non ti laverò, non avrai parte con me”.
Gli disse Simon Pietro: “Signore, non solo i piedi, ma anche le mani e il capo!”.
(Giovanni 13.3-9)
Questo brano è paragonabile ad un cielo stellato, più noi fissiamo le stelle più
ne vediamo, è una visione ottica e questo dovrebbe accadere nel nostro animo,
più noi fissiamo il nostro pensiero a quello che è accaduto nel Cenacolo il
giovedì Santo e più scopriamo qualche nuova luce, qualche bagliore nuovo,
è come se nel Cenacolo divampasse un incendio di luci.
Quei grandi eventi si aprono con il gesto solenne di Gesù, che all’inizio della
Cena depone il mantello, versa dell’acqua in un catino e comincia a lavare
i piedi ai discepoli.
Non so se sapete che a quell’epoca la legge diceva che: “Non ti lascerai mai
lavare i piedi, non permetterai mai a qualcuno di lavarti i piedi”.
Al tempo di Gesù, neppure gli schiavi erano obbligati a compiere questo
servizio umiliante; perciò ogni israelita osservante e tanto più un Rabbì
avrebbe rispettato questa tradizione.
Invece il Rabbì di Nazareth, il Maestro dei dodici, la infrange fino al punto
di compiere Lui stesso questo servizio.
“Quante luci risplendono in quel gesto così significativo!”.
Il primo significato che si potrebbe cogliere, credo sia questo; nessuno, né discepolo,
né maestro, né schiavo, nessuno deve sentirsi umiliato nel compiere un atto di carità.
Se un nostro fratello ha i piedi stanchi, polverosi, bisognosi del nostro sollievo,
con gioia dobbiamo chinarci e servirlo; nessuna legge o consuetudine umana
può esentarci dalla carità.
Agli occhi di Dio non sarà mai umiliante un gesto suggerito dalla legge del cuore,
la legge divina è sempre dalla parte del cuore umano; lo sapeva San Francesco
che baciava i lebbrosi emarginati dalla società, lo sapeva Madre Teresa che
raccoglieva gli impuri, i dimenticati, i moribondi più ripugnanti e lo sanno
i; “giusti” di ogni tempo che hanno stimolato i popoli a mettere più cuore nelle
loro leggi, che hanno combattuto contro le leggi ingiuste, le leggi schiaviste,
razziste, abortiste, le leggi dell’egoismo; lo sanno i Santi che hanno inventato
le scuole per i poveri, gli ospedali per gli ammalati, che ora invece chiudono solo
perché ce lo chiede l’Europa, salvo poi scoprire che ne abbiamo estremamente
bisogno, come ora con questa pandemia, gli ospizi per i senza tetto, le case per
gli orfani, anche quando questa carità non era nelle leggi degli uomini.
Il gesto di Gesù ci insegna che la carità è una legge più grande di ogni legge
umana e che il cristiano deve obbedire alla legge della coscienza prima di
ogni altra legge. Ma ora la coscienza c’è ancora?
Subito dopo questo significato, direi che ne affiora un altro non meno importante.
Con la lavanda dei piedi Gesù ci insegna che la carità va fatta in proprio, che non
possiamo dispensarcene; nella carità, il servo sia come il padrone, il Rabbì come
il discepolo, il ricco come il povero, il giovane come il vecchio.
La carità è la madre degli uomini e non c’è prestigio personale che esoneri un
figlio dall’obbedire a questa madre.
E andiamo allora ancora più in profondità; Gesù si china sui piedi dei discepoli;
i piedi non sono il volto, non sono una parte attraente dell’uomo; i piedi di
Giovanni non avevano la gentilezza del suo volto; i piedi di Filippo non
attraevano come i suoi bei lineamenti greci; i piedi di Pietro non conquistavano
come i suoi slanci generosi.
I piedi sono una miseria al confronto; eppure Gesù si inginocchia davanti a tanta
miseria per insegnarci a servire i fratelli senza guardare al loro volto, senza
guardare a simpatie, a preferenze, ad attrattive, senza cercare alcuna gratificazione.
Ma c’è un’altra lezione da imparare che è quella di inginocchiarsi; saper imparare
a inginocchiarsi nel servizio ai fratelli ma, a sua volta, ogni fratello deve sapere
accettare la carità altrui con gratitudine e semplicità, come Gesù insegnò a Pietro
che non voleva farsi lavare i piedi.
Può darsi che un giorno tocchi a noi ad aver bisogno che ci lavino i piedi, il capo
e le mani, o che ci imbocchino, o che ci vestano; e da questo capisco ancora di
più il l’insegnamento di Gesù; quando qualche tempo fa, a causa dei problemi
fisici di mia moglie ho dovuto cominciare ad aiutarla a farsi la doccia perché da
sola non ce la fa e, quando mi sono accorto che aveva le unghie dei piedi lunghe,
mi sono inginocchiato e gliele ho tagliate, lei si è messa a piangere, perché per
lei era un’umiliazione, e mi sono trovato a fare come il Signore: “Non ti preoccupare,
non c’è problema, per la mia amata, questo ed altro”.
Perciò, Gesù ci insegna che per, “aver parte”, con Lui bisogna saper fare la carità
ma anche saper riceverla; la carità va fatta con dolcezza e umiltà ma va anche
ricevuta con dolcezza e umiltà.
Quanta luce emana quel gesto di Gesù!
Se l’ultima Cena è la prima Messa nel mondo, allora la lavanda dei piedi è la
prima omelia al mondo.
Leggiamola con commozione e raccoglimento; e facciamo tesoro della sua
conclusione, cioè delle parole che disse Gesù: “Anche voi, fate come io ho fatto a voi!”.
È un invito che non è limitato alla lavanda dei piedi, ma vuole essere un invito
molto più ampio, vuol dire; in ogni cosa comportiamoci come si comporterebbe
Cristo; impariamo ad essere liberi da tutto e schiavi solo di Cristo.
In ogni cosa, chiediamoci cosa farebbe Cristo e facciamolo.
Imitiamo Cristo! È questa la regola d’oro della carità.
Quando ebbe lavato loro i piedi e riprese le vesti, sedette di nuovo e disse
loro: “Sapete ciò che vi ho fatto?”.  (Giovanni 13.12)
Ogni volta che abbiamo meditato la lavanda dei piedi, l’abbiamo sempre meditata
come una lezione sulla carità, giustamente, eppure sembra che non ne abbiamo
ancora appreso tutti i significati; sembra che il Signore continui a rivolgere anche
a noi la domanda che rivolse agli apostoli: “Capite che cosa vi ho fatto?”.
Prima di rispondergli, proviamo a riflettere e a chiederci; si può trarre un
insegnamento più profondo in quel gesto che appare soltanto un emblema
della carità verso il prossimo?
Cos’altro dobbiamo capire della carità?
Per tentare di capire, cominciamo col tornare indietro a una lavanda di piedi
e a una cena precedente, dove sembra che Gesù sminuisca il valore delle
opere buone verso il prossimo.
È la cena di Betania!
Gesù vi prende parte insieme a Giuda e ad altri discepoli.
Durante il convito interviene Maria, che prese una libbra di essenza di nardo
da un vaso prezioso, unge il capo e i piedi di Gesù.
Tutta la casa si riempie della fragranza di quel profumo.
Giuda però osa esprimere il suo disappunto; e lo fa con un argomento che
avrebbe dovuto chiudere la bocca al suo Rabbì: “Non era meglio che si
vendesse quell’unguento per darne il ricavato ai poveri?”.
Ma ancora una volta, Gesù rovescia la situazione e fa a pezzi le certezze di chi
lo circonda: “Lasciatela stare, dice, essa ha compiuto un’opera buona verso di
me; i poveri li avete sempre con voi, ma non sempre avete me; dovunque sarà
annunziato il Vangelo in tutto il mondo, si narrerà ciò che essa ha fatto”.
Poi, Gesù sottolinea un altro punto importante: “Ciò che poteva fare, ella lo ha
fatto, ungendo in anticipo il mio corpo per la sepoltura”.
È questo il punto che volevo fare affiorare.
A questa mensa Gesù insegna che le occasioni per offrire a Dio un atto d’amore
non vanno perdute; e che un atto d’amore dedicato a Lui ci conduce misteriosamente
a compiere atti d’amore per l’uomo; così come il nardo della Maddalena, dedicato al
vero Dio, diventa atto pietoso anche per il vero uomo; per la sepoltura del suo corpo.
La mensa di Betania è la lezione complementare alla lezione del Cenacolo; perché
la vera carità, la carità piena, la carità santa di cui ci parla San Paolo, si esercita
soltanto quando si esercita anche la carità verso Dio.
Se non spendiamo il profumo della nostra anima per Cristo, se non ci inginocchiamo
ai suoi piedi, se non guardiamo a Lui, la nostra carità rischia di essere fragile e non
matura, di essere superficiale, (tanto per mettere la coscienza tranquilla) non
integra, affannosa e non gioiosa, antiquata e non profetica.
Il Signore è morto in Croce non perché il cristiano semini nella sua vita minuscoli
miracoli di carità quotidiana, ma perché tutta la sua vita sia un intero miracolo di carità.
E questo autentico miracolo si compie soltanto con Lui.
La lezione che Gesù dette a Giuda in Betania e la lezione che dette agli Apostoli
nel Cenacolo sono un’unica lezione, sono un unico modello per il cristiano; come
i due comandamenti nuovi del Signore sono un unico comandamento: “Ama Dio
con tutto te stesso, con tutte le tue forze, e ama il prossimo tuo come te stesso”.
Un cristianesimo che si riduce alla pratica di una certa solidarietà con il prossimo,
non ha più niente a che fare con il cristianesimo evangelico; la carità cristiana
è una forma di amore che rivolgiamo a Dio.
L’amore per Dio sorpassa i limiti di una carità puramente umana e carnale,
perché ci fa amare il prossimo nella sua dimensione e vocazione eterna.
Si tratta dunque di conservare e di aumentare in noi quel senso di Dio che deve
essere il fondamento di ogni nostro rapporto con gli altri.
Nella contemplazione di Dio, si svegliano nell’uomo i sentimenti profondi della
donazione e della lode, cioè i sentimenti che fanno parte della dimensione integrale
dell’uomo; per cui un uomo che non ha questo senso di Dio, è un uomo a cui
manca qualcosa, manca il vaso dell’amore, manca la totalità dell’amore autentico.
In certe epoche del cristianesimo si è data poca importanza all’amore del prossimo.
Ma l’errore di oggi, reale e grande, è inverso.
Oggi si è tentati di credere che il cristianesimo si esprima essenzialmente con
l’amore del prossimo, e facciamo dell’amore di Dio qualcosa di secondario.
Questo è radicalmente contrario all’esempio di Cristo; tutta la vita di Cristo fu
un duplice rapporto, uno con i fratelli, l’altro più profondo e intimo con il Padre.
Così deve essere anche per noi, l’equilibrio della nostra vita cristiana dipende
dalla misura in cui siamo capaci di unire queste due dimensioni, l’amore
a Dio e l’amore al prossimo.
Allora alla domanda che Gesù rivolge a tutti noi nel suo Santuario è: “Capite
cosa vi ho fatto?”.
E noi rispondiamo umilmente: “Signore, non sappiamo se abbiamo davvero
capito, ma Tu, aiutaci a capire”.
Si Signore, aiutaci a capire che l’amore è l’ossigeno vitale per la nostra vita.
Ecco amici, la mia interpretazione dell’Ultima Cena, dove il Signore si china
sulle nostre piaghe e le purifica con il suo amore.
Buona lettura e meditazione Fausto.
PS. Domani con la meditazione entreremo nel Getsemani.      



lunedì 6 aprile 2020

Il Vangelo del Martedì 7 Aprile 2020


Martedì della settimana Santa.
Prima lettura dal libro del profeta Isaìa (49,1-6)
Ascoltatemi, o isole, udite attentamente, nazioni lontane; il Signore dal seno materno
mi ha chiamato, fino dal grembo di mia madre ha pronunciato il mio nome.
Ha reso la mia bocca come spada affilata, mi ha nascosto all'ombra della sua mano,
mi ha reso freccia appuntita, mi ha riposto nella sua farètra.
Mi ha detto: «Mio servo tu sei, Israele, sul quale manifesterò la mia gloria».
Io ho risposto: «Invano ho faticato, per nulla e invano ho consumato le mie forze.
Ma, certo, il mio diritto è presso il Signore, la mia ricompensa presso il mio Dio».
Ora ha parlato il Signore, che mi ha plasmato suo servo dal seno materno per
ricondurre a lui Giacobbe e a lui riunire Israele-poiché ero stato onorato dal
Signore e Dio era stato la mia forza-, e ha detto: «È troppo poco che tu sia mio
servo per restaurare le tribù di Giacobbe e ricondurre i superstiti d'Israele.
Io ti renderò luce delle nazioni, perché porti la mia salvezza fino all'estremità della terra».
Parola di Dio.
Dal Vangelo secondo Giovanni (13,21-33.36-38) anno pari.
In quel tempo, [mentre era a mensa con i suoi discepoli,] Gesù fu profondamente
turbato e dichiarò: «In verità, in verità io vi dico: uno di voi mi tradirà».
I discepoli si guardavano l'un l'altro, non sapendo bene di chi parlasse.
Ora uno dei discepoli, quello che Gesù amava, si trovava a tavola al fianco di Gesù.
Simon Pietro gli fece cenno di informarsi chi fosse quello di cui parlava.
Ed egli, chinandosi sul petto di Gesù, gli disse: «Signore, chi è?».
Rispose Gesù: «È colui per il quale intingerò il boccone e glielo darò».
E, intinto il boccone, lo prese e lo diede a Giuda, figlio di Simone Iscariòta.
Allora, dopo il boccone, Satana entrò in lui.
Gli disse dunque Gesù: «Quello che vuoi fare, fallo presto».
Nessuno dei commensali capì perché gli avesse detto questo; alcuni infatti
pensavano che, poiché Giuda teneva la cassa, Gesù gli avesse detto: «Compra
quello che ci occorre per la festa», oppure che dovesse dare qualche cosa ai poveri.
Egli, preso il boccone, subito uscì. Ed era notte.
Quando fu uscito, Gesù disse: «Ora il Figlio dell'uomo è stato glorificato,
e Dio è stato glorificato in lui.
Se Dio è stato glorificato in lui, anche Dio lo glorificherà da parte sua e lo
glorificherà subito. Figlioli, ancora per poco sono con voi; voi mi cercherete
ma, come ho detto ai Giudei, ora lo dico anche a voi: dove vado io, voi non
potete venire».
Simon Pietro gli disse: «Signore, dove vai?».
Gli rispose Gesù: «Dove io vado, tu per ora non puoi seguirmi; mi seguirai più tardi».
Pietro disse: «Signore, perché non posso seguirti ora?
Darò la mia vita per te!».
Rispose Gesù: «Darai la tua vita per me?
In verità, in verità io ti dico: non canterà il gallo, prima che tu non m'abbia
rinnegato tre volte».
Parola del Signore.
Meditazione personale sul Vangelo di oggi.
Gesù deve salvare Giuda dalla disperazione e Pietro dalla sua ipocrisia.
Gli apostoli non si guardano dentro per scoprire il traditore, guardano gli altri,
e invece la tenebra è nel cuore di ognuno, ma solo Giuda capisce, anche se
troppo tardi il suo errore.
Davanti alla notte che abita il cuore di Giuda e alla fede ingenua di Pietro,
Gesù annuncia la sua glorificazione.
Proprio nel peggiore momento della sua vita, Gesù vede la possibilità concreta di
poter manifestare la gloria del Padre, di testimoniare che le sue parole sono vere.
Il momento è tragico, ma poco importa; Gesù è venuto per dare salvezza e lo farà.
Giuda è perso, ma il Maestro non è venuto proprio per salvare chi era perso?
Proprio salvando chi è lontano Dio manifesta la sua sconcertante volontà salvifica.
Basta incolpare gli altri dei loro errori amici, magari noi ne abbiamo di più
orrendi, facciamo mea culpa, facendoci aiutare dalla preghiera.
Padre nostro che sei nei cieli, sia santificato il
tuo nome, venga il tuo regno, sia fatta la tua
volontà come in cielo così in terra.
Dacci oggi il nostro pane quotidiano, rimetti a
noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri
debitori, e non ci indurre in tentazione,
ma liberaci dal male. Amen.
Ave, o Maria, piena di grazia, il Signore è con te.
Tu sei benedetta fra le donne e benedetto il frutto
del tuo seno, Gesù.
Santa Maria, Madre di Dio, prega per noi peccatori,
adesso e nell'ora della nostra morte. Amen.
Gloria al Padre e al Figlio e allo Spirito Santo.
Come era nel principio, ora, e sempre,
nei secoli dei secoli. Amen.
Buona giornata, Fausto.

domenica 5 aprile 2020

Il Vangelo del Lunedì 6 Aprile 2020


Lunedì della settimana Santa.
Prima lettura dal libro del profeta Isaìa (42,1-7)
«Ecco il mio servo che io sostengo, il mio eletto di cui mi compiaccio.
Ho posto il mio spirito su di lui; egli porterà il diritto alle nazioni.
Non griderà né alzerà il tono, non farà udire in piazza la sua voce, non spezzerà
una canna incrinata, non spegnerà uno stoppino dalla fiamma smorta;
proclamerà il diritto con verità.
Non verrà meno e non si abbatterà, finché non avrà stabilito il diritto sulla terra,
e le isole attendono il suo insegnamento».
Così dice il Signore Dio, che crea i cieli e li dispiega, distende la terra con
ciò che vi nasce, dà il respiro alla gente che la abita e l'alito a quanti camminano
su di essa: «Io, il Signore, ti ho chiamato per la giustizia e ti ho preso per mano;
ti ho formato e ti ho stabilito come alleanza del popolo e luce delle nazioni,
perché tu apra gli occhi ai ciechi e faccia uscire dal carcere i prigionieri,
dalla reclusione coloro che abitano nelle tenebre».
Parola di Dio.
Dal Vangelo secondo Giovanni (12,1-11) anno pari.
Sei giorni prima della Pasqua, Gesù andò a Betània, dove si trovava Làzzaro,
che egli aveva risuscitato dai morti.
E qui fecero per lui una cena: Marta serviva e Làzzaro era uno dei commensali.
Maria allora prese trecento grammi di profumo di puro nardo, assai prezioso,
ne cosparse i piedi di Gesù, poi li asciugò con i suoi capelli, e tutta la casa si
riempì dell'aroma di quel profumo.
Allora Giuda Iscariòta, uno dei suoi discepoli, che stava per tradirlo,
disse: «Perché non si è venduto questo profumo per trecento denari e
non si sono dati ai poveri?».
Disse questo non perché gli importasse dei poveri, ma perché era un ladro e,
siccome teneva la cassa, prendeva quello che vi mettevano dentro.
Gesù allora disse: «Lasciala fare, perché ella lo conservi per il giorno
della mia sepoltura.
I poveri infatti li avete sempre con voi, ma non sempre avete me».
Intanto una grande folla di Giudei venne a sapere che egli si trovava là e
accorse, non solo per Gesù, ma anche per vedere Làzzaro che egli aveva
risuscitato dai morti.
I capi dei sacerdoti allora decisero di uccidere anche Làzzaro, perché molti
Giudei se ne andavano a causa di lui e credevano in Gesù.
Parola del Signore.
Meditazione personale sul Vangelo di oggi.
Certo; è uno spreco usare un anno di stipendio per un profumo rarissimo
versato con abbondanza sui piedi del Maestro.
Gesù apprezza quel gesto di gratuità assoluta, di generosità abnorme,
di dono amorevole.
La logica del profitto e del guadagno non è sempre quella giusta e Gesù chiede
a Giuda di non soccorrere i poveri, ma di prenderli nella comunità, di tenerli con sé.
Anche noi, in questa settimana, proviamo a dedicare qualche azione di pura
gratuità all’amore di Dio; mezz’ora di adorazione, un piccolo servizio di
volontariato, un mazzo di fiori da regalare ad un amico/amica tristi.
Qualcosa di totalmente gratuito che possa ancora una volta testimoniare il
desiderio di imitare questo Dio che senza misura si dona, senza calcolo,
offrendo la sua vita per la nostra salvezza.
Non sarà sempre facile, ma la preghiera ci può aiutare.
Padre nostro che sei nei cieli, sia santificato il
tuo nome, venga il tuo regno, sia fatta la tua
volontà come in cielo così in terra.
Dacci oggi il nostro pane quotidiano, rimetti a
noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri
debitori, e non ci indurre in tentazione,
ma liberaci dal male. Amen.
Ave, o Maria, piena di grazia, il Signore è con te.
Tu sei benedetta fra le donne e benedetto il frutto
del tuo seno, Gesù.
Santa Maria, Madre di Dio, prega per noi peccatori,
adesso e nell'ora della nostra morte. Amen.
Gloria al Padre e al Figlio e allo Spirito Santo.
Come era nel principio, ora, e sempre,
nei secoli dei secoli. Amen.
Buona giornata, Fausto.

sabato 4 aprile 2020

Il Vangelo di Domenica 5 Aprile 2020


Della Domenica delle Palme.
Prima lettura dal libro del profeta Isaìa (50,4-7)
Il Signore Dio mi ha dato una lingua da discepolo, perché io sappia indirizzare
una parola allo sfiduciato.
Ogni mattina fa attento il mio orecchio perché io ascolti come i discepoli.
Il Signore Dio mi ha aperto l'orecchio e io non ho opposto resistenza, non mi
sono tirato indietro.
Ho presentato il mio dorso ai flagellatori, le mie guance a coloro che mi
strappavano la barba; non ho sottratto la faccia agli insulti e agli sputi.
Il Signore Dio mi assiste, per questo non resto svergognato, per questo rendo
la mia faccia dura come pietra, sapendo di non restare confuso.
Parola di Dio.
Seconda lettura dalla lettera di san Paolo apostolo ai Filippèsi (2,6-11)
Cristo Gesù, pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio
l'essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo,
diventando simile agli uomini.
Dall'aspetto riconosciuto come uomo, umiliò se stesso facendosi obbediente
fino alla morte e a una morte di croce.
Per questo Dio lo esaltò e gli donò il nome che è al di sopra di ogni nome,
perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto
terra, e ogni lingua proclami: «Gesù Cristo è Signore!», a gloria di Dio Padre.
Parola di Dio.
Dal Vangelo secondo Matteo (21,1-11) anno A. Forma breve.
Quando furono vicini a Gerusalemme e giunsero presso Bètfage, verso il monte
degli Ulivi, Gesù mandò due discepoli, dicendo loro: «Andate nel villaggio di
fronte a voi e subito troverete un'asina, legata, e con essa un puledro.
Slegateli e conduceteli da me.
E se qualcuno vi dirà qualcosa, rispondete: Il Signore ne ha bisogno, ma li
rimanderà indietro subito».
Ora questo avvenne perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del
profeta: «Dite alla figlia di Sion: Ecco, a te viene il tuo re, mite, seduto su
un'asina e su un puledro, figlio di una bestia da soma».I discepoli andarono
e fecero quello che aveva ordinato loro Gesù: condussero l'asina e il puledro,
misero su di essi i mantelli ed egli vi si pose a sedere.
La folla, numerosissima, stese i propri mantelli sulla strada, mentre altri
tagliavano rami dagli alberi e li stendevano sulla strada.
La folla che lo precedeva e quella che lo seguiva, gridava: «Osanna al figlio di Davide!
Benedetto colui che viene nel nome del Signore!
Osanna nel più alto dei cieli!».
Mentre egli entrava in Gerusalemme, tutta la città fu presa da agitazione
e diceva: «Chi è costui?».
E la folla rispondeva: «Questi è il profeta Gesù, da Nazareth di Galilea».
Parola del Signore.
Meditazione personale sul Vangelo di oggi.
Gesù sale su di un asinello che si inerpica deciso sul fianco della collina,
sulla strada che costeggia le imponenti mura, per entrare nella città santa.
La gente lo riconosce, alcuni bambini gli corrono incontro, alcuni tagliano
rami di palma e di ulivo, qualcuno grida “osanna”.
Arriva il Messia, Gerusalemme, arriva il tuo re.
Arriva dal monte degli ulivi, perché di là sarebbe arrivata la salvezza,
cavalcando un puledro d’asina, come profetizzato da Zaccaria.
Re da burla, potente che non si prende sul serio, Gesù entra nella città
che uccide i profeti.
Me lo vedo, il Signore.
Siamo talmente abituati alla morte di Dio, talmente riempiti di riflessioni
e meditazioni, e stanche prediche sulla salvezza, da avere tutto chiaro,
tutto colto, tutto imparato.
Non ci serve null’altro.
Al più qualche emozione resa possibile dalle nuove tecniche, dalla
modernità e dai prodigi della tecnica, una cruenta passione come quella
di Gibson, ma nulla di più.
E assistiamo ancora una volta al dono di Dio come se fosse una cosa dovuta,
un evento banale, quasi abitudinario, presente ma debole, scontato ma inutile.
Peggio; ci fermiamo alla crosta, ascoltiamo e diciamo parole di cui non
conosciamo veramente il significato.
Gesù è morto per noi.
E nessuno sente il bisogno di salvezza.
Egli è morto per i nostri peccati.
E noi stiamo attenti a sottolineare i peccati degli altri.
Ha donato se stesso.
E non sappiamo che farcene di questo dono.
Avessimo il coraggio di tornare a quei giorni, di riviverli, di lasciarci
interrogare e scuotere!
Avessimo il coraggio di osare perforare i Vangeli, di toglierli dalla patina
di incenso che li avvolge per guardare negli occhi il Nazareno che ha
deciso di donarsi fino in fondo.
Lo spettacolo è pronto, tutti i protagonisti sono al loro posto.
Ha inizio la morte di Dio.
Gesù arriva alla fine dei suoi intensi tre anni con un pugno di mosche in
mano; l’umanità non ha capito.
I suoi discepoli, preziosi e amati, sono fermi alla contraddizione del potere
e della gloria e inchiodati al proprio (evidente) limite; i capi religiosi avvertono
la forza destabilizzante della sua predicazione; la folla segue il vento della moda.
Gesù non ha alcuna possibilità di farcela, la sua scommessa è persa.
Non è servito, non è bastato, non è sufficiente tutto l’amore che ha donato.
Forse aveva ragione l’avversario, là nel deserto; troppo ingenuo questo modo di operare.
Davvero Dio pensava di trattare con gli uomini alla pari?
Di aprire il loro cuore col sorriso?
Di presentarsi vulnerabile?
La scelta da fare, ormai, è una sola; andarsene, rinunciare, gettare la spugna.
Occuparsi-chissà-di un altro mondo. Oppure!
Oppure lasciarsi travolgere, sparire e morire.
Lasciare che le tenebre vincano, lasciare che le cose prendano la loro piega, osare.
Osare fino a morire appeso ad una croce, fino all’eccesso.
Altro è dire: “Dio vi ama!”, altro morire.
Altro dire: “Il Padre vi perdona!”, altro pendere, nudo, da un palo. E perdonare.
Una cosa è parlare, un’altra morire. Urlando.
Capiranno, gli uomini?
O Dio sarà uno dei tanti sconfitti della storia, dimenticati?
La posta in gioco è immensa; l’esistenza stessa di Dio.
Quanti crocefissi sono morti nella storia antica?
Cinquecentomila? Un milione?
Di quanti di loro ricordiamo il nome e la vita? Di nessuno.
Il rischio che Dio corre in questo gesto è quello di scomparire per sempre.
L’uomo avrebbe continuato ad immaginarsi Dio con un volto proiettando
in esso i propri desideri. O le proprie paure.
Gesù accetta, rischia, si dona.
Forse sarà tutto inutile, come insinua l’avversario nell’orto degli ulivi.
Forse.
L’agonia di Gesù, nell’orto degli ulivi, l’agonia che lo fa sudare sangue,
è tutta lì, in quella scelta.
Non nel dolore che Gesù deve affrontare, non nel senso di abbandono da
parte dei suoi, no.
Il dolore, inaudito, che Gesù prova, nasce dal dubbio dell’inutilità della
sua scelta definitiva.
L’avversario, che torna ora che è giunta l’ora, cerca di scoraggiarlo: “è tutto inutile”.
Inutile; non vedi che ti stanno venendo a prendere per arrestarti?
Inutile; i tuoi stanno dormendo, non hanno capito la gravità della situazione.
Inutile; l’uomo non cambierà mai.
Gesù accetta, corre il rischio, si dona. Morirà.
Lì, appeso alla croce, Dio è evidente, inequivocabile, non vi è alcuna
possibilità di ambiguità.
Il cuore della passione di Cristo è l’amore, non la violenza.
Gesù muore affidando al Padre il proprio cuore, e donando a noi lo Spirito.
Dio è evidente; osteso, mostrato, nudo.
Dio è così, amici; arreso.
A noi, ora, la prossima mossa. Siateci, ci chiede.
Un invito sommesso, a chi legge queste righe; siateci amici e io con voi.
Nella povertà delle nostre assemblee, ritagliando spazio e tempo ai nostri
mille pressanti impegni, anche se ora per colpa del virus sono limitati, siateci.
Dobbiamo esserci amici, anche se non possiamo andare in Chiesa a causa
del contagio, possiamo esserci nella intimità della nostra casa, possiamo
esserci chiusi in un delirante colloquio con il Signore, aiutarlo, essergli vicino,
nei suoi momenti di abbandono del Padre.
Sto cercando di aiutarvi in questi giorni, con le mie meditazioni, per essere
un tutt’uno con Lui e, prepararci alla sua e nostra risurrezione.   
Sette giorni che ci accompagneranno, spero, a ridire la nostra fede, a riscoprire
il dono, a cambiare la nostra vita riempita finalmente di amore e, io farò la
mia parte con le mie riflessioni, che da domani vi accompagneranno
fino alla Risurrezione..
Santa Domenica delle Palme amici, Fausto.