mercoledì 14 agosto 2019

Il Vangelo del Giovedì 15 Agosto 2019


Della 19° settimana del Tempo Ordinario.
Assunzione della Beata Vergine Maria.
1° Lettura dal libro dell’Apocalisse di san Giovanni apostolo (11,19a;12,1-6a.10ab)
Si aprì il tempio di Dio che è nel cielo e apparve nel tempio l’arca della sua alleanza.
Un segno grandioso apparve nel cielo: una donna vestita di sole, con la luna sotto
i suoi piedi e, sul capo, una corona di dodici stelle.
Era incinta, e gridava per le doglie e il travaglio del parto.
Allora apparve un altro segno nel cielo: un enorme drago rosso, con sette teste
e dieci corna e sulle teste sette diademi; la sua coda trascinava un terzo delle
stelle del cielo e le precipitava sulla terra.
Il drago si pose davanti alla donna, che stava per partorire, in modo da divorare
il bambino appena lo avesse partorito.
Essa partorì un figlio maschio, destinato a governare tutte le nazioni con scettro
di ferro, e suo figlio fu rapito verso Dio e verso il suo trono.
La donna invece fuggì nel deserto, dove Dio le aveva preparato un rifugio.
Allora udii una voce potente nel cielo che diceva: «Ora si è compiuta la salvezza,
la forza e il regno del nostro Dio e la potenza del suo Cristo».
Parola di Dio.
2° Lettura dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi (15,20-27a)
Fratelli, Cristo è risorto dai morti, primizia di coloro che sono morti.
Perché, se per mezzo di un uomo venne la morte, per mezzo di un uomo verrà
anche la risurrezione dei morti.
Come infatti in Adamo tutti muoiono, così in Cristo tutti riceveranno la vita.
Ognuno però al suo posto: prima Cristo, che è la primizia; poi, alla sua venuta,
quelli che sono di Cristo.
Poi sarà la fine, quando egli consegnerà il regno a Dio Padre, dopo avere
ridotto al nulla ogni Principato e ogni Potenza e Forza.
È necessario infatti che egli regni finché non abbia posto tutti i nemici sotto
i suoi piedi.
L’ultimo nemico a essere annientato sarà la morte, perché ogni cosa ha posto
sotto i suoi piedi.
Parola di Dio.
Dal Vangelo secondo Luca (1,39-56) anno dispari.
In quei giorni Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa,
in una città di Giuda.
Entrata nella casa di Zaccarìa, salutò Elisabetta.
Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo.
Elisabetta fu colmata di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: «Benedetta
tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo!
A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me?
Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato
di gioia nel mio grembo.
E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto».
Allora Maria disse: «L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta
in Dio, mio salvatore, perché ha guardato l’umiltà della sua serva.
D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata.
Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente e Santo è il suo nome; di
generazione in generazione la sua misericordia per quelli che lo temono.
Ha spiegato la potenza del suo braccio, ha disperso i superbi nei pensieri del
loro cuore; ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili; ha
ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote.
Ha soccorso Israele, suo servo, ricordandosi della sua misericordia, come
aveva detto ai nostri padri, per Abramo e la sua discendenza, per sempre».
Maria rimase con lei circa tre mesi, poi tornò a casa sua.
Parola del Signore.
Riflessione personale sul Vangelo di oggi.
Ferragosto; il cuore dell’estate che ci riporta ogni anno a parlare della bella
di Nazareth; Maria.
La festa dell’Assunzione di Maria, festa che ci richiama all’opera di Dio
in Maria di Nazareth, discepola del Signore.
Non vi nascondo, però, un sottile disagio a parlare di lei.
La ragione principale è la sua connaturale timidezza, di ragazza di paese,
quindicenne, abituata a lavorare in silenzio, lontano dai palchi delle veline.
La seconda ragione del disagio è un’eccessiva devozione nei confronti di Maria,
fatta in buona fede, ovviamente, ma pericolosa.
Pericolosa perché nei fratelli in cerca di Dio, ai catecumeni che vogliono passare
dal cristianismo al discepolato, tutto questo eccesso di zelo frastorna.
Il rischio? Di sottolineare le così tante straordinarietà della madre di Gesù dal
finire coll’allontanarla anni luce dalla (povera) concretezza della nostra vita.
Insomma; il più grande torto che possiamo fare a Maria è metterla in una nicchia
e incoronarla con una corona d’oro!
Da ridere, al solito; Dio ci dona una discepola esemplare, una donna (Forte Dio,
in un mondo di maschilisti pone una donna a modello!) che, per prima, ha scoperto
il volto del Dio incarnato, e noi subito a metterla sul piedistallo, santa stratosferica
da invocare nei momenti di sofferenza.
Per favore, no!
Maria ci è donata come sorella nella fede, come discepola del Signore, come
madre dei discepoli e come modello di vita.
Il cuore del suo cammino è narrato da Luca, in quella corsa frenetica, tumultuosa,
che Maria compie all’indomani dell’annuncio dell’angelo.
Non gli aveva forse detto, l’angelo, della gravidanza della sua vecchia cugina?
Maria parte volentieri da Nazareth, ha bisogno di riflettere, di capire.
Ha paura di essersi sbagliata, di avere avuto un colpo di sole.
Possibile? Il Messia verrà? Possibile?
Lei è stata scelta come madre?
Maria sale a sud, due giorni di viaggio, pensieri che affollano la sua mente.
Forse è in compagnia di Giuseppe, non era opportuno che le donne
viaggiassero da sole.
In una parrocchia, dedicata alla Visitazione, un simpatico pittore dell’ottocento
ha rappresentato l’incontro fra le due donne.
In secondo piano, dell’affresco della volta, Zaccaria e Giuseppe si fanno un
cenno con la mano, un pò protagonisti marginali di questo affare misterioso
di donne che è la maternità, mistero che estranea un pò noi omaccioni.
E l’incontro tra la matura Elisabetta e l’adolescente Maria è un’apoteosi,
un fuoco d’artificio.
Solo loro sanno, solo loro capiscono, i servi e i famigliari guardano attoniti
queste due donne che ridono e si abbracciano e piangono di gioia.
Roteano nella polvere, ora, Elisabetta solleva in un abbraccio la piccola Maria:
“Come sei cresciuta!
Che bella che sei”; poi la posa, la guarda scuotendo la testa: “Come hai fatto
a credere, Maria?”.
Sì, Maria, anche noi lo ripetiamo, scuotendo la testa; come hai potuto credere
che davvero Dio diventasse sguardo, sudore e calore nel tuo ventre?
Come hai fatto a credere che-sul serio-Dio avesse bisogno di te, e di noi,
per salvare l’umanità?
Come hai fatto a credere che il tuo acerbo ventre contenesse l’Assoluto?
Beata te che hai creduto Maria.
Beati noi, fragili discepoli, che sentiamo l’orgoglio riempirci di lacrime gli
occhi e la nostalgia della santità mozzarci il fiato, tu sei figlia della nostra
umanità, tu sei il riscatto delle nostre tiepidezze.
E Maria canta e danza roteando nella polvere.
Allora è tutto vero, ciò che ha visto era davvero il messaggero di Dio, allora
tutte le stanche e impolverate profezie ascoltate il Sabato in sinagoga,
si stavano realizzando.
Dio non si è stancato del suo popolo, Dio non l’ha abbandonato, non ci ha
abbandonato, Dio è presente.
La danza finisce in un canto, lo stupore della logica di Dio che prende una
quindicenne illeterata, figlia povera di una terra occupata, in un tempo senza
internet e networks, per salvare l’umanità.
Ecco, amici, questa è la festa dell’Assunzione, la storia di una discepola che
ha creduto davvero nella Parola del suo Dio, che insegna a noi, tiepidi credenti,
l’ardire di Dio, la follia dell’Assoluto.
Questa donna, noi crediamo, dopo la lunga esperienza di una fede abitata dal
Mistero, è andata, prima tra i credenti, al Dio che l’aveva chiamata.
Non poteva conoscere la corruzione della morte colei che aveva dato alla luce
l’autore della vita.
Siamo in buona compagnia, amici!
Lasciamoci fare, allora, grandi cose ha fatto Dio in Maria; grandi cose può fare
in noi, se lo lasciamo fare.
Sì amici, tante volte lamentiamo la mancanza di Dio; non è così, siamo noi a
tenerlo lontano, impariamo da Maria, lasciamo fare a Lui e non ci pentiremo.
Santa Festa dell’Assunzione di Maria di Nazareth al Cielo, amici Fausto.

martedì 13 agosto 2019

Il Vangelo del Mercoledì 14 Agosto 2019


Della 19° settimana del Tempo Ordinario.
San Massimiliano Kolbe, sacerdote e martire.
1° Lettura dal libro del Deuteronòmio (34,1-12)
In quei giorni, Mosè salì dalle steppe di Moab sul monte Nebo, cima del Pisga,
che è di fronte a Gerico.
Il Signore gli mostrò tutta la terra: Gàlaad fino a Dan, tutto Nèftali, la terra
di Èfraim e di Manasse, tutta la terra di Giuda fino al mare occidentale e il
Negheb, il distretto della valle di Gerico, città delle palme, fino a Soar.
Il Signore gli disse: «Questa è la terra per la quale io ho giurato ad Abramo,
a Isacco e a Giacobbe: “Io la darò alla tua discendenza”.
Te l’ho fatta vedere con i tuoi occhi, ma tu non vi entrerai!».
Mosè, servo del Signore, morì in quel luogo, nella terra di Moab, secondo
l’ordine del Signore. Fu sepolto nella valle, nella terra di Moab, di fronte
a Bet-Peor.
Nessuno fino ad oggi ha saputo dove sia la sua tomba.
Mosè aveva centoventi anni quando morì.
Gli occhi non gli si erano spenti e il vigore non gli era venuto meno.
Gli Israeliti lo piansero nelle steppe di Moab per trenta giorni, finché furono
compiuti i giorni di pianto per il lutto di Mosè.
Giosuè, figlio di Nun, era pieno dello spirito di saggezza, perché Mosè aveva
imposto le mani su di lui.
Gli Israeliti gli obbedirono e fecero quello che il Signore aveva comandato a Mosè.
Non è più sorto in Israele un profeta come Mosè, che il Signore conosceva
faccia a faccia, per tutti i segni e prodigi che il Signore lo aveva mandato a
compiere nella terra d’Egitto, contro il faraone, contro i suoi ministri e contro
tutta la sua terra, e per la mano potente e il terrore grande con cui Mosè aveva
operato davanti agli occhi di tutto Israele.
Parola di Dio.
Dal Vangelo secondo Matteo (18,15-20) anno dispari.
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: “Se il tuo fratello commette una
colpa, và e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il
tuo fratello; se non ti ascolterà, prendi con te una o due persone, perché ogni
cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni.
Se poi non ascolterà neppure costoro, dillo all'assemblea; e se non ascolterà
neanche l'assemblea, sia per te come un pagano e un pubblicano.
In verità vi dico: tutto quello che legherete sopra la terra sarà legato anche in
cielo e tutto quello che scioglierete sopra la terra sarà sciolto anche in cielo.
In verità vi dico ancora: se due di voi sopra la terra si accorderanno
per domandare qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli ve la concederà.
Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro”.
Parola del Signore.
Riflessione personale sul Vangelo di oggi.
Non abbiamo ancora veramente capito la forza che assume la nostra preghiera,
tutte le volte che, tutti insieme, chiediamo qualcosa al Signore.
Dalle parole che Egli dice, sembra quasi che il Padre non possa fare a meno di
ascoltare e di esaudire quelli che, riuniti nel suo nome, gli chiedono qualcosa.
Perché tutto ciò?
Evidentemente, quando insieme si prega e si innalza la propria voce all’Altissimo,
si manifesta pienamente l’unione dei cuori e delle volontà.
Dio non può che essere felice di tale manifestazione di concordia, ed è felice
di esaudire le nostre preghiere.
Per questo motivo, fidandoci della parola del Signore, dovremmo certamente
trovare più occasioni per pregare assieme ai fratelli.
Questo aiuta molto e rafforza la nostra fede nella potenza di Gesù.
Purtroppo, questo non avviene quasi mai, poi magari ci lamentiamo che il
Signore non ci ascolta.
Ed allora che dire, semplicemente, preghiamo se possibile in compagnia.
Padre nostro che sei nei cieli, sia santificato il
tuo nome, venga il tuo regno, sia fatta la tua
volontà come in cielo così in terra.
Dacci oggi il nostro pane quotidiano, rimetti a
noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri
debitori, e non ci indurre in tentazione,
ma liberaci dal male. Amen.
Ave, o Maria, piena di grazia, il Signore è con te.
Tu sei benedetta fra le donne e benedetto il frutto
del tuo seno, Gesù.
Santa Maria, Madre di Dio, prega per noi peccatori,
adesso e nell'ora della nostra morte. Amen.
Gloria al Padre e al Figlio e allo Spirito Santo.
Come era nel principio, ora, e sempre,
nei secoli dei secoli. Amen.
Buona giornata, Fausto.


lunedì 12 agosto 2019

Il Vangelo del Martedì 13 Agosto 2019


Della 19° settimana del Tempo Ordinario.
SS: Ponziano papa e Ippolito, sacerdote martiri.
1° Lettura dal libro del Deuteronòmio (31,1-8)
Mosè andò e rivolse queste parole a tutto Israele.
Disse loro: «Io oggi ho centovent’anni.
Non posso più andare e venire.
Il Signore inoltre mi ha detto: “Tu non attraverserai questo Giordano”.
Il Signore, tuo Dio, lo attraverserà davanti a te, distruggerà davanti a te quelle
nazioni, in modo che tu possa prenderne possesso.
Quanto a Giosuè, egli lo attraverserà davanti a te, come il Signore ha detto.
Il Signore tratterà quelle nazioni come ha trattato Sicon e Og, re degli Amorrei,
e come ha trattato la loro terra, che egli ha distrutto.
Il Signore le metterà in vostro potere e voi le tratterete secondo tutti gli ordini
che vi ho dato.
Siate forti, fatevi animo, non temete e non vi spaventate di loro, perché il
Signore, tuo Dio, cammina con te; non ti lascerà e non ti abbandonerà».
Poi Mosè chiamò Giosuè e gli disse alla presenza di tutto Israele: «Sii forte
e fatti animo, perché tu condurrai questo popolo nella terra che il Signore
giurò ai loro padri di darvi: tu gliene darai il possesso.
Il Signore stesso cammina davanti a te.
Egli sarà con te, non ti lascerà e non ti abbandonerà.
Non temere e non perderti d’animo!».
Parola di Dio.
Dal Vangelo secondo Matteo (18,1-5.10.-12-14) anno dispari.
In quel momento i discepoli si avvicinarono a Gesù dicendo: «Chi dunque
è più grande nel regno dei cieli?».
Allora chiamò a sé un bambino, lo pose in mezzo a loro e disse: «In verità
io vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non
entrerete nel regno dei cieli.
Perciò chiunque si farà piccolo come questo bambino, costui è il più grande
nel regno dei cieli.
E chi accoglierà un solo bambino come questo nel mio nome, accoglie me.
Guardate di non disprezzare uno solo di questi piccoli, perché io vi dico che
i loro angeli nei cieli vedono sempre la faccia del Padre mio che è nei cieli.
Che cosa vi pare? Se un uomo ha cento pecore e una di loro si smarrisce,
non lascerà le novantanove sui monti e andrà a cercare quella che si è smarrita?
In verità io vi dico: se riesce a trovarla, si rallegrerà per quella più che per le
novantanove che non si erano smarrite.
Così è volontà del Padre vostro che è nei cieli, che neanche uno di questi piccoli si perda.
Parola del Signore.
Riflessione personale sul Vangelo di oggi.
Oggi per noi è scontato quanto dice il Signore; i bambini sono importanti,
al centro dell’attenzione di Dio, in cima alle sue preoccupazioni.
Ma lo diciamo proprio perché il Maestro Gesù ci ha illuminato, ci ha aiutato a capire!
I bambini non sono mai stati considerati granchè dalle divere civiltà.
Anche al tempo di Gesù i bambini erano considerati come “non ancora uomini”,
davano fastidio, non dovevano disturbare.
Gesù, invece, li propone come modelli di discepolato.
Non perché dobbiamo essere infantili ma perché, come loro, dobbiamo capire
al volo la scelta del pastore che corre a cercare la pecora smarrita.
Impariamo dai bambini a fidarci di Dio, a vedere la realtà con lo sguardo trasparente
che abbiamo ricevuto dal Signore e che, purtroppo, rischiamo di appannare.
E facciamolo difendendo l’infanzia; ancora troppi bambini, nei paesi in via di
sviluppo, non possono studiare e giocare, condannati al lavoro o, nel peggiore
dei casi, addestrati alla guerra.
In occidente, spesso, i bambini sono le prime vittime di abusi o di separazioni
rissose e assurde.
Abbiamo da convertirci; e come dice Gesù, diventare come bambini per riuscire
a fidarci di Lui, perciò, per riuscirci, facciamoci aiutare dalla preghiera.
Padre nostro che sei nei cieli, sia santificato il
tuo nome, venga il tuo regno, sia fatta la tua
volontà come in cielo così in terra.
Dacci oggi il nostro pane quotidiano, rimetti a
noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri
debitori, e non ci indurre in tentazione,
ma liberaci dal male. Amen.
Ave, o Maria, piena di grazia, il Signore è con te.
Tu sei benedetta fra le donne e benedetto il frutto
del tuo seno, Gesù.
Santa Maria, Madre di Dio, prega per noi peccatori,
adesso e nell'ora della nostra morte. Amen.
Gloria al Padre e al Figlio e allo Spirito Santo.
Come era nel principio, ora, e sempre,
nei secoli dei secoli. Amen.
Buona giornata, Fausto.

domenica 11 agosto 2019

Il Vangelo del Lunedì 12 Agosto 2019


Della 19° settimana del Tempo Ordinario.
S. Giovanna Francesca de Chantal, religiosa.
1° Lettura dal libro del Deuteronòmio (10,12-22)
Mosè parlò al popolo dicendo: «Ora, Israele, che cosa ti chiede il Signore,
tuo Dio, se non che tu tema il Signore, tuo Dio, che tu cammini per tutte le
sue vie, che tu lo ami, che tu serva il Signore, tuo Dio, con tutto il cuore e
con tutta l'anima, che tu osservi i comandi del Signore e le sue leggi, che
oggi ti do per il tuo bene?
Ecco, al Signore, tuo Dio, appartengono i cieli, i cieli dei cieli, la terra e
quanto essa contiene.
Ma il Signore predilesse soltanto i tuoi padri, li amò e, dopo di loro, ha scelto
fra tutti i popoli la loro discendenza, cioè voi, come avviene oggi.
Circoncidete dunque il vostro cuore ostinato e non indurite più la vostra
cervìce; perché il Signore, vostro Dio, è il Dio degli dèi, il Signore dei signori,
il Dio grande, forte e terribile, che non usa parzialità e non accetta regali,
rende giustizia all'orfano e alla vedova, ama il forestiero e gli dà pane e vestito.
Amate dunque il forestiero, perché anche voi foste forestieri nella terra d'Egitto.
Temi il Signore, tuo Dio, servilo, restagli fedele e giura nel suo nome.
Egli è la tua lode, egli è il tuo Dio, che ha fatto per te quelle cose grandi e
tremende che i tuoi occhi hanno visto.
I tuoi padri scesero in Egitto in numero di settanta persone; ora il Signore,
tuo Dio, ti ha reso numeroso come le stelle del cielo».
Parola di Dio.
Dal Vangelo secondo Matteo (17,22-27) anno dispari.
In quel giorno, mentre si trovavano insieme in Galilea, Gesù disse loro: «Il Figlio
dell’uomo sta per essere consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno,
ma il terzo giorno risorgerà».
Ed essi furono molto rattristati.
Quando furono giunti a Cafàrnao, quelli che riscuotevano la tassa per il tempio
si avvicinarono a Pietro e gli dissero: «Il vostro aestro non paga la tassa?».
Rispose: «Sì».
Mentre entrava in casa, Gesù lo prevenne dicendo: «Che cosa ti pare, Simone?
I re della terra da chi riscuotono le tasse e i tributi?
Dai propri figli o dagli estranei?».
Rispose: «Dagli estranei».
E Gesù replicò: «Quindi i figli sono liberi.
Ma, per evitare di scandalizzarli, va’ al mare, getta l’amo e prendi il primo
pesce che viene su, aprigli la bocca e vi troverai una moneta d’argento.
Prendila e consegnala loro per me e per te».
Parola del Signore.
Riflessione personale sul Vangelo di oggi.
Gesù vuole pagare la tassa del tempio, certo.
Ogni israelita è tenuto a pagare una tassa, un contributo annuale, come se
non bastasse le imposte di Roma!
Ma non importa; Gesù non è un anarchico, non vuole radere al suolo ma
ricostruire, ridare speranza, trovare il significato profondo dei gesti e
delle pratiche religiose.
La Chiesa, comunità dei discepoli, nella storia ha assunto una configurazione,
ha inventato lungo i secoli delle strutture che permettessero di annunciare
il Vangelo con libertà e di assolvere alla propria missione.
Oggi, spesso, queste strutture hanno perso il significato e rischiano di essere
solo un peso che grava sulle spalle dei pochi cristiani rimasti.
Ma prendiamo a cuore anche l’aspetto concreto della vita parrocchiale;
il tetto che perde, le spese del riscaldamento, le pulizie ecc.
Gesù non ha fatto lo snob, si è sporcato le mani, ha dato del suo, per sé e
per Pietro, noi ci sentiamo migliori?
Sinceramente ho tanti dubbi, perciò, prendiamo esempio dal Signore
e sporchiamoci le mani, facendoci aiutare dalla preghiera.
Padre nostro che sei nei cieli, sia santificato il
tuo nome, venga il tuo regno, sia fatta la tua
volontà come in cielo così in terra.
Dacci oggi il nostro pane quotidiano, rimetti a
noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri
debitori, e non ci indurre in tentazione,
ma liberaci dal male. Amen.
Ave, o Maria, piena di grazia, il Signore è con te.
Tu sei benedetta fra le donne e benedetto il frutto
del tuo seno, Gesù.
Santa Maria, Madre di Dio, prega per noi peccatori,
adesso e nell'ora della nostra morte. Amen.
Gloria al Padre e al Figlio e allo Spirito Santo.
Come era nel principio, ora, e sempre,
nei secoli dei secoli. Amen.
Buona giornata, Fausto.

sabato 10 agosto 2019

Il Vangelo di Domenica 11 Agosto 2019


Della 19° Domenica del Tempo Ordinario.
1° Lettura dal libro della Sapienza (18,6-9)
La notte [della liberazione] fu preannunciata ai nostri padri, perché avessero
coraggio, sapendo bene a quali giuramenti avevano prestato fedeltà.
Il tuo popolo infatti era in attesa della salvezza dei giusti, della rovina dei nemici.
Difatti come punisti gli avversari, così glorificasti noi, chiamandoci a te.
I figli santi dei giusti offrivano sacrifici in segreto e si imposero, concordi, questa
legge divina: di condividere allo stesso modo successi e pericoli, intonando
subito le sacre lodi dei padri.
Parola di Dio.
2° Lettura dalla lettera agli Ebrei (11.1-2.8-19)
Fratelli, la fede è fondamento di ciò che si spera e prova di ciò che non si vede.
Per questa fede i nostri antenati sono stati approvati da Dio.
Per fede, Abramo, chiamato da Dio, obbedì partendo per un luogo che doveva
ricevere in eredità, e partì senza sapere dove andava.
Per fede, egli soggiornò nella terra promessa come in una regione straniera,
abitando sotto le tende, come anche Isacco e Giacobbe, coeredi della
medesima promessa.
Egli aspettava infatti la città dalle salde fondamenta, il cui architetto e
costruttore è Dio stesso.
Per fede, anche Sara, sebbene fuori dell’età, ricevette la possibilità di diventare
madre, perché ritenne degno di fede colui che glielo aveva promesso.
Per questo da un uomo solo, e inoltre già segnato dalla morte, nacque una
discendenza numerosa come le stelle del cielo e come la sabbia che si trova
lungo la spiaggia del mare e non si può contare.
Nella fede morirono tutti costoro, senza aver ottenuto i beni promessi, ma li
videro e li salutarono solo da lontano, dichiarando di essere stranieri
e pellegrini sulla terra.
Chi parla così, mostra di essere alla ricerca di una patria.
Se avessero pensato a quella da cui erano usciti, avrebbero avuto la possibilità
di ritornarvi; ora invece essi aspirano a una patria migliore, cioè a quella celeste.
Per questo Dio non si vergogna di essere chiamato loro Dio.
Ha preparato infatti per loro una città.
Per fede, Abramo, messo alla prova, offrì Isacco, e proprio lui, che aveva
ricevuto le promesse, offrì il suo unigenito figlio, del quale era stato
detto: «Mediante Isacco avrai una tua discendenza».
Egli pensava infatti che Dio è capace di far risorgere anche dai morti: per
questo lo riebbe anche come simbolo.
Parola di Dio.
Dal Vangelo secondo Luca (12,32-48) anno C.
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non temere, piccolo gregge,
perché al Padre vostro è piaciuto dare a voi il Regno.
Vendete ciò che possedete e datelo in elemosina; fatevi borse che non invecchiano,
un tesoro sicuro nei cieli, dove ladro non arriva e tarlo non consuma.
Perché, dov’è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore.
Siate pronti, con le vesti strette ai fianchi e le lampade accese; siate simili a quelli
che aspettano il loro padrone quando torna dalle nozze, in modo che, quando
arriva e bussa, gli aprano subito.
Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità io vi
dico, si stringerà le vesti ai fianchi, li farà mettere a tavola e passerà a servirli.
E se, giungendo nel mezzo della notte o prima dell’alba, li troverà così, beati loro!
Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora viene il ladro,
non si lascerebbe scassinare la casa.
Anche voi tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate,
viene il Figlio dell’uomo».
Allora Pietro disse: «Signore, questa parabola la dici per noi o anche per tutti?».
Il Signore rispose: «Chi è dunque l’amministratore fidato e prudente, che il
padrone metterà a capo della sua servitù per dare la razione di cibo a tempo debito?
Beato quel servo che il padrone, arrivando, troverà ad agire così.
Davvero io vi dico che lo metterà a capo di tutti i suoi averi.
Ma se quel servo dicesse in cuor suo: “Il mio padrone tarda a venire”, e
cominciasse a percuotere i servi e le serve, a mangiare, a bere e a ubriacarsi,
il padrone di quel servo arriverà un giorno in cui non se l’aspetta e a un’ora che
non sa, lo punirà severamente e gli infliggerà la sorte che meritano gli infedeli.
Il servo che, conoscendo la volontà del padrone, non avrà disposto o agito
secondo la sua volontà, riceverà molte percosse; quello invece che, non
conoscendola, avrà fatto cose meritevoli di percosse, ne riceverà poche.
A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà
richiesto molto di più».
Parola del Signore.
Riflessione personale sul Vangelo di oggi.
Nel cuore dell’estate Gesù-tenero!-ci rassicura; anche se siamo un piccolo gregge
di pecore sperdute ed impaurite, al Padre è piaciuto darci il suo Regno.
Fidandoci di Gesù pastore, evitando di seguire i tanti finti pastori che ci affittano
il pascolo e si disinteressano di noi, seguiamo il pastore bello delle pecore che,
solo Lui, ci può condurre alla pienezza della vita.
Seguire Lui è la più bella avventura della vita, l’unica cosa per cui valga davvero
la pena di investire.
Lasciamo stare le ansie del possesso (economico, affettivo, relazionale), ragioniamo
bene prima di investire energie e sogni in cose che non possono colmare il cuore.
L’ho visto mille volte nella mia sgangherata vita di cercatore di Dio; uomini
e donne inseguire sogni, arrampicarsi su pareti verticali, prendersi ceffoni sonanti
pur di conquistare un obiettivo di lavoro, di denaro, di relazione.
Salvo poi, passato l’entusiasmo e l’euforia, restare con l’amaro in bocca; il cuore
ancora reclama emozioni, passione, scoperte.
Come quando si va in montagna, spesso un colle nasconde un’altra salita, un’altra vetta.
No, siamo onesti, non è affatto semplice colmare l’inquietudine che abita nei nostri cuori.
State pronti, ammonisce Gesù.
Pronti a viaggiare, pronti a mettere in discussione ogni risultato, ogni certezza,
tanto più se derivante dalla fede e dalla religiosità.
Se abbiamo capito che il nostro cuore è fatto per l’infinito e l’infinito cerchiamo,
stiamo pronti a cercare all’infinito.
È il salubre atteggiamento del discepolo, la consapevolezza del “già e non ancora”.
Già conosco Dio, eppure non lo possiedo ancora.
Già ho vissuto una splendida esperienza affettiva, eppure so che nessun amore
colma il mio cuore definitivamente.
Già ho scoperto, alla luce del Vangelo, quanta grazia e luce interiore ricolmano
il mio cuore, ancora vivo momenti di sconforto e di buio.
Già ho capito chi sono, ma ancora non so chi sarò.
Una tensione sana, bella, che ci conduce all’essenziale, che ci stacca dalla
pesantezza della quotidianità, che ci restituisce al realismo.
State pronti, ci chiede il Maestro.
E noi vegliamo nella notte.
Quanta fede ci chiedi, Signore!
Come Israele, le cui gesta, enfatizzate e mitizzate, abbiamo letto nella prima
lettura, anche noi siamo chiamati ad uscire dalla schiavitù, da ogni schiavitù,
per imparare, nel deserto, a fidarci di Dio.
Schiavi dell’idea che abbiamo di noi stessi, schiavi e preoccupati dell’immagine
che dobbiamo restituire agli altri, schiavi dei finti bisogni che la pubblicità ci
suscita, possiamo riscoprire, alla luce della parola, che o l’uomo è cercatore o
non è, o l’uomo è mendicante o non è, o l’uomo è in cammino interiore o non è.
Che la vita, che ogni vita. È progressiva liberazione interiore.
Quanta fede ci chiedi, Signore!
Come Abramo
Abramo ascolta la sua voce interiore.
Non è un giovane preso da deliri mistici; è un uomo realizzato, non travolto
da impetuose passioni.
Egli è l’uomo provato dalla vita, disilluso e che-pure-sente un appello
irrefrenabile all’interiorità.
Vai, sente nel cuore, Vai a te stesso.
Folle Abramo che lascerà ogni certezza e ruolo sociale per seguire un istinto
interiore, per ritrovare se stesso!
E questo suo gesto sarà immensamente fecondo; egli è il padre di tutti
i cercatori di Dio.
Andiamo a noi stessi, amici, scopriamoci viandanti, sul serio.
Anche se pensiamo di avere vissuto a sufficienza, o troppo sofferto,
o fatto le nostre scelte.
Siamo tutti straordinariamente liberi, resi capaci di iniziare percorsi nuovi
anche quando tutto sembra deciso, sbagliato e irremovibile.
Andiamo a noi stessi.
La vita, allora, diventa inquieta attesa, l’attesa del ritorno, l’attesa
dell’incontro del padrone che torna dalle nozze.
Attesa; la mia vita, la vostra vita è attesa.
Di un senso, del superamento del nostro dolore, della chiave per capire la nostra
vita, di una persona da amare, di un figlio da stringere e baciare, di un mondo
migliore, della luce infinita che illumini le nostra paure, di Dio.
L’uomo è l’unico essere vivente capace di attendere, di vegliare, di insistere, di credere.
Nella notte, spesso, nel lungo e corposo silenzio della notte, sentiamo crescere
la nostra fede, abbandonarsi al nostro cuore, capiamo cosa ci è essenziale.
Nella notte, come le sentinelle che aspettano l’aurora, diventiamo dei credenti,
dei discepoli.
Quando le ginocchia vacillano, quando la fatica è tanta, quando ci sembra di
non farcela ad attendere, quando la disperazione fa pressione alla porta del
cuore, possiamo guardare ai testimoni, guardare ai padri della fede, ai tanti,
tantissimi che hanno, come noi creduto nella notte, e visto la luce, infine.
La fede è questo misterioso già e non ancora, questo silenzio assordante,
questa notte luminosa. Vegliamo, dunque.
Si amici, vegliamo senza stancarci, sicuramente il Padre verrà, Santa Domenica, Fausto.