domenica 24 novembre 2019

Il Vangelo del Lunedì 25 Novembre 2019


Della 34° settimana del Tempo Ordinario.
S. Caterina di Alessandria, vergine e martire.
1° Lettura dal libro del profeta Daniele (1,1-6.8-20)
L’anno terzo del regno di Ioiakìm, re di Giuda, Nabucodònosor, re di Babilonia,
marciò su Gerusalemme e la cinse d’assedio.
Il Signore diede Ioiakìm, re di Giuda, nelle sue mani, insieme con una parte
degli arredi del tempio di Dio, ed egli li trasportò nel paese di Sinar, nel tempio
del suo dio, e li depositò nel tesoro del tempio del suo dio.
Il re ordinò ad Asfenàz, capo dei suoi funzionari di corte, di condurgli giovani
israeliti di stirpe regale o di famiglia nobile, senza difetti, di bell’aspetto, dotati
di ogni sapienza, istruiti, intelligenti e tali da poter stare nella reggia, e di
insegnare loro la scrittura e la lingua dei Caldèi.
Il re assegnò loro una razione giornaliera delle sue vivande e del vino che egli
beveva; dovevano essere educati per tre anni, al termine dei quali sarebbero
entrati al servizio del re.
Fra loro vi erano alcuni Giudei: Daniele, Ananìa, Misaèle e Azarìa.
Ma Daniele decise in cuor suo di non contaminarsi con le vivande del re e con
il vino dei suoi banchetti e chiese al capo dei funzionari di non obbligarlo
a contaminarsi.
Dio fece sì che Daniele incontrasse la benevolenza e la simpatia del capo
dei funzionari.
Però egli disse a Daniele: «Io temo che il re, mio signore, che ha stabilito quello
che dovete mangiare e bere, trovi le vostre facce più magre di quelle degli altri
giovani della vostra età e così mi rendereste responsabile davanti al re».
Ma Daniele disse al custode, al quale il capo dei funzionari aveva affidato
Daniele, Ananìa, Misaèle e Azarìa: «Mettici alla prova per dieci giorni, dandoci
da mangiare verdure e da bere acqua, poi si confrontino, alla tua presenza, le
nostre facce con quelle dei giovani che mangiano le vivande del re; quindi
deciderai di fare con i tuoi servi come avrai constatato».
Egli acconsentì e fece la prova per dieci giorni, al termine dei quali si vide che
le loro facce erano più belle e più floride di quelle di tutti gli altri giovani che
mangiavano le vivande del re.
Da allora in poi il sovrintendente fece togliere l’assegnazione delle vivande
e del vino che bevevano, e diede loro soltanto verdure.
Dio concesse a questi quattro giovani di conoscere e comprendere ogni scrittura
e ogni sapienza, e rese Daniele interprete di visioni e di sogni.
Terminato il tempo, stabilito dal re, entro il quale i giovani dovevano essergli
presentati, il capo dei funzionari li portò a Nabucodònosor.
Il re parlò con loro, ma fra tutti non si trovò nessuno pari a Daniele, Ananìa,
Misaèle e Azarìa, i quali rimasero al servizio del re; su qualunque argomento
in fatto di sapienza e intelligenza il re li interrogasse, li trovava dieci volte
superiori a tutti i maghi e indovini che c’erano in tutto il suo regno.
Parola di Dio.
Dal Vangelo secondo Luca (21,1-4) anno dispari.
In quel tempo, Gesù alzàti gli occhi, vide i ricchi che gettavano le loro offerte
nel tesoro del tempio.
Vide anche una vedova povera, che vi gettava due monetine, e disse: «In verità
vi dico: questa vedova, così povera, ha gettato più di tutti.
Tutti costoro, infatti, hanno gettato come offerta parte del loro superfluo.
Ella invece, nella sua miseria, ha gettato tutto quello che aveva per vivere».
Parola del Signore.
Riflessione personale sul Vangelo di oggi.
Soccorrere i poveri è qualcosa che ci rende onore, che ci rende più uomini.
Purtroppo, però, molti non hanno letto tutto il Vangelo e pretendono di vedere
il proprio nome pubblicato in qualche bell’elenco pubblico con tanto di
sentiti ringraziamenti.
In tutta assoluta e cattolica umiltà.
Così doveva accadere al tempo di Gesù, (come ai giorni nostri; nulla cambia,
senza raffronti specifici, anche se ci sarebbe tanto da dire), quando l’offerta al
tempio confluiva in un grande contenitore e dava l’occasione ai benestanti di
manifestare pubblicamente la loro generosa offerta.
Generosi benefattori che, probabilmente, nemmeno hanno notato la povera
vecchina che stava gettando uno spicciolo, qualche centesimo,
nell’immenso contenitore.
Gesù, invece, la nota e la indica come esempio di discepolato.
Perché il gesto che compie ha una caratteristica eccezionale; è autentico.
Ciò che questa donna offre è donato a Dio, non alla crescita della sua fama.
Imitiamola nel donare a Dio ciò che abbiamo di necessario per vivere, non di superfluo.
Certo amici, offriamo al Signore tutto il tempo possibile nella nostra quotidianità,
attraverso la preghiera.
Padre nostro che sei nei cieli, sia santificato il
tuo nome, venga il tuo regno, sia fatta la tua
volontà come in cielo così in terra.
Dacci oggi il nostro pane quotidiano, rimetti a
noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri
debitori, e non ci indurre in tentazione,
ma liberaci dal male. Amen.
Ave, o Maria, piena di grazia, il Signore è con te.
Tu sei benedetta fra le donne e benedetto il frutto
del tuo seno, Gesù.
Santa Maria, Madre di Dio, prega per noi peccatori,
adesso e nell'ora della nostra morte. Amen.
Gloria al Padre e al Figlio e allo Spirito Santo.
Come era nel principio, ora, e sempre,
nei secoli dei secoli. Amen.
Buona giornata, Fausto.

sabato 23 novembre 2019

Il Vangelo di Domenica 24 Novembre 2019


Della 34° Domenica del Tempo Ordinario.
Nostro Signore Gesù Cristo Re dell’universo.
1° Lettura dal secondo libro di Samuèle (5,1-3)
In quei giorni. vennero tutte le tribù d’Israele da Davide a Ebron, e gli
dissero: «Ecco noi siamo tue ossa e tua carne.
Già prima, quando regnava Saul su di noi, tu conducevi e riconducevi Israele.
Il Signore ti ha detto: “Tu pascerai il mio popolo Israele, tu sarai capo d’Israele”».
Vennero dunque tutti gli anziani d’Israele dal re a Ebron, il re Davide concluse
con loro un’alleanza a Ebron davanti al Signore ed essi unsero Davide re d’Israele.
Parola di Dio.
2° Lettura dalla lettera di san Paolo apostolo ai Colossèsi (1,12-20)
Fratelli, ringraziate con gioia il Padre che vi ha resi capaci di partecipare alla
sorte dei santi nella luce.
È lui che ci ha liberati dal potere delle tenebre e ci ha trasferiti nel regno del
Figlio del suo amore, per mezzo del quale abbiamo la redenzione, il perdono
dei peccati.
Egli è immagine del Dio invisibile, primogenito di tutta la creazione, perché
in lui furono create tutte le cose nei cieli e sulla terra, quelle visibili e quelle
invisibili: Troni, Dominazioni, Principati e Potenze.
Tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui.
Egli è prima di tutte le cose e tutte in lui sussistono.
Egli è anche il capo del corpo, della Chiesa.
Egli è principio, primogenito di quelli che risorgono dai morti, perché sia
lui ad avere il primato su tutte le cose.
È piaciuto infatti a Dio che abiti in lui tutta la pienezza e che per mezzo di lui
e in vista di lui siano riconciliate tutte le cose, avendo pacificato con il sangue
della sua croce sia le cose che stanno sulla terra, sia quelle che stanno nei cieli.
Parola di Dio.
Dal Vangelo secondo Luca (23,35-43) anno C.
In quel tempo, [dopo che ebbero crocifisso Gesù,] il popolo stava a vedere;
i capi invece deridevano Gesù dicendo: «Ha salvato altri!
Salvi se stesso, se è lui il Cristo di Dio, l’eletto».
Anche i soldati lo deridevano, gli si accostavano per porgergli dell’aceto e
dicevano: «Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso».
Sopra di lui c’era anche una scritta: «Costui è il re dei Giudei».
Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: «Non sei tu il Cristo?
Salva te stesso e noi!».
L’altro invece lo rimproverava dicendo: «Non hai alcun timore di Dio, tu che
sei condannato alla stessa pena?
Noi, giustamente, perché riceviamo quello che abbiamo meritato per le
nostre azioni; egli invece non ha fatto nulla di male».
E disse: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno».
Gli rispose: «In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso».
Parola del Signore.
Riflessione personale sul Vangelo di oggi.
Questa è l’ultima Domenica dell’anno Liturgico, gli amici ambrosiani,
invece, hanno già iniziato l’avvento.
Insieme, comunque, celebriamo la vera follia del cristianesimo, la non-festa
che, se presa sul serio, ci farebbe tutti mettere in ginocchio ad adorare
l’infinita misura di Dio.
Oggi celebriamo la regalità di Cristo o, come recita pomposamente la dicitura
sul Messale, la Solennità di Gesù Cristo re dell’Universo.
Era ora, finalmente, ci mancava.
Le istituzioni degli uomini vacillano, le ansie di cui domenica scorsa stringono
il cuore di tutti, credenti o meno, non ci dispiacerebbe un bel finale della storia
con l’arrivo dei nostri, come nei film western degli anni Sessanta.
Cristo re. Ma dove?
Le ragioni per scoraggiarsi non mancano, e la fragile storia fatta di armi e di
violenza, continua a dettare legge.
Non è cambiato molto in questi più di duemila anni di cristianesimo, il Regno sembra
essere un bel progetto rimasto sulla carta, un pensiero spirituale di qualche sognatore.
La festa di oggi, invece, è una provocazione alla nostra tiepida fede, che sfida la
nostra fragile contemporaneità, il nostro cristianesimo miope, fatto di piccoli progetti.
Cristo è re, significa dire che Lui avrà l’ultima parola sulla storia, su ogni storia,
sulla mia, sulla vostra, storia personale.
Dire che Cristo è re, significa non arrendersi all’evidenza della sconfitta di Dio
e dell’uomo, credere che il mondo non sta precipitando nel caos, ma nell’abbraccio
tenerissimo e gravido del Padre.
Dire che Cristo è re, significa creare spazi di rappresentanza del Regno là dove
stiamo vivendo la nostra vocazione alla vita, piccoli spazi pubblicitari per dire
agli smarriti di cuore; ecco, Dio vi ama.
Oggi è la festa in cui le comunità guardano avanti, al di là e al di dentro dei
nostri limiti e dei nostri sforzi perché, sempre, il metro di giudizio del nostro
essere Chiesa è la realizzazione del Regno.
La regalità di Gesù è una regalità che contraddice la nostra visione di Dio.
Perché questo Dio è più sconfitto di tutti gli sconfitti, fragile più di ogni fragilità.
Un re senza trono e senza scettro, appeso nudo ad una croce, un re che necessita
di un cartello per essere identificato.
Ecco; questo è il nostro Dio, un Dio sconfitto.
Non un Dio trionfante, non un Dio onnipotente, ma un Dio osteso, mostrato,
sfigurato, piagato, arreso, sconfitto.
Una sconfitta che, per Lui, è un evidente gesto d’amore, un impressionante dono di sé.
Un Dio sconfitto per amore, un Dio che-inaspettatamente-manifesta la sua grandezza
nell’amore e nel perdono.
Dio-Lui sì-si mette in gioco, si scopre, si svela, si consegna.
Dio non è nascosto, misterioso; è evidente, provocatoriamente evidente; appeso
ad una croce, apparentemente sconfitto, gioca il tutto per tutto per piegare la
durezza dell’uomo.
Gesù è venuto a dire, Dio, a raccontarlo.
Lui, figlio del Padre ci dona e ci dice veramente chi è Dio.
E l’uomo replica. “No, grazie”.
Forse preferiamo un Dio un pò severo e scostante, sommo egoista bastante
a se stesso, potente, da convincere e da tenere buono.
Forse l’idea pagana di dio che ci facciamo ci soddisfa maggiormente perché
ci assomiglia di più, non ci costringe a conversione, ci chiede superstizione;
non piega i nostri affetti, solo li solletica.
La chiave di lettura del Vangelo di oggi è tutta in quell’inquietante affermazione
della folla a Gesù: “Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso”.
Frase che Luca fa dire anche ai sacerdoti e ai soldati pagani, tutti concordano
nel ritenere un segno di debolezza il dover dipendere dagli altri.
Il potente, così come ce lo immaginiamo, è colui che salva se stesso, può
permettersi di pensare solo a sé, ha i mezzi per essere soddisfatto, senza avere
bisogno degli altri.
Dio è ciò che non possiamo permetterci di essere, il più potente dei potenti, che
può tutto, che non ha bisogno di niente e di nessuno, beato Lui!
Per dimostrare di essere veramente Dio, Gesù deve mostrarsi egoista perché,
nel nostro piccolo mondo, Dio è il Sommo egoista bastante a se stesso, beato
nella sua perfetta solitudine.
Dio diventa la proiezione dei nostri più nascosti e inconfessati desideri, è ciò
che ammiriamo nell’uomo politico riuscito, ricco e sicuro, allora cerchiamo
di sedurlo, di blandirlo, di corromperlo.
No, il nostro Dio non salva se stesso, salva noi, salva me per fortuna.
Dio si auto-realizza donandosi, relazionandosi, aprendosi a me, a tutti noi.
I due ladroni-infine-sono la sintesi del diventare discepoli.
Il primo sfida Dio, lo mette alla prova, se esisti fa che accada questo, liberami
da questa sofferenza, salva te stesso (di nuovo!) e noi, e me naturalmente.
Concepisce Dio come un re di cui essere suddito.
Ma a certe condizioni, ottenendo in cambio ciò che desidera, una redenzione in extremis.
Non ammette le sue responsabilità, non è adulto nel rileggere la sua vita, tenta il colpo.
Non è amorevole la sua richiesta, trasuda piccolezza ed egoismo.
Come-spesso-la nostra fede.
Cosa ci guadagno se credo?
L’altro ladro, invece, è solo stupito.
Non sa capacitarsi di ciò che accade, Dio è lì che condivide con lui la sofferenza.
Una sofferenza conseguenza delle sue scelte, la sua.
Innocente e pura quella di Dio.
Ecco l’icona del discepolo, colui che si accorge che il vero volto di Dio è la
compassione e che il vero volto dell’uomo è la tenerezza e il perdono.
Nella sofferenza possiamo cadere nella disperazione o ai piedi della croce e
confessare; davvero quest’uomo è il Figlio di Dio.
Per i cardiopatici, conclusione da non leggere
Che re, sbilenco, amici.
Un re che indica un altro modo di vivere, che contraddice il nostro “salvare noi
stessi” per salvare gli altri o-meglio-per lasciarci salvare da Lui.
Siamo onesti, amici; lo vogliamo davvero un Dio così?
Un Dio debole che sta dalla parte dei deboli?
È questo, davvero, il Dio che vorremmo?
Di quale Dio vogliamo essere discepoli?
Di quale re vogliamo essere sudditi?
Non date risposte affrettate, per favore, altrimenti ci tocca convertirci.
Io amici, posso rispondere, ora, perché, sono già convertito al Dio di Gesù; e voi?
Spero veramente che siate già convertiti anche voi, se avete qualche dubbio,
fate come me, fidatevi di questo Re dell’Universo, ne vale la pena,
Santa Domenica amici, del Dio di Gesù, Re dell’Universo, Fausto.


venerdì 22 novembre 2019

Il Vangelo del Sabato 23 Novembre 2019


Della 33° settimana del Tempo Ordinario.
S. Clemente 1°, papa e martire.
1° Lettura dal primo libro dei Maccabèi (6,1-13)
In quei giorni, mentre il re Antioco percorreva le regioni settentrionali, sentì
che c’era in Persia la città di Elimàide, famosa per ricchezza, argento e oro;
che c’era un tempio ricchissimo, dove si trovavano armature d’oro, corazze
e armi, lasciate là da Alessandro, figlio di Filippo, il re macèdone che aveva
regnato per primo sui Greci.
Allora vi si recò e cercava di impadronirsi della città e di depredarla, ma non
vi riuscì, perché il suo piano fu risaputo dagli abitanti della città, che si opposero
a lui con le armi; egli fu messo in fuga e dovette ritirarsi con grande tristezza
e tornare a Babilonia.
Venne poi un messaggero in Persia ad annunciargli che erano state sconfitte le
truppe inviate contro Giuda.
Lisia si era mosso con un esercito tra i più agguerriti, ma era stato messo in fuga
dai nemici, i quali si erano rinforzati con armi e truppe e ingenti spoglie, tolte
alle truppe che avevano sconfitto, e inoltre avevano demolito l’abominio da lui
innalzato sull’altare a Gerusalemme, avevano cinto di alte mura, come prima,
il santuario e Bet-Sur, che era una sua città.
Il re, sentendo queste notizie, rimase sbigottito e scosso terribilmente; si mise
a letto e cadde ammalato per la tristezza, perché non era avvenuto secondo
quanto aveva desiderato.
Rimase così molti giorni, perché si rinnovava in lui una forte depressione
e credeva di morire.
Chiamò tutti i suoi amici e disse loro: «Se ne va il sonno dai miei occhi e
l’animo è oppresso dai dispiaceri.
Ho detto in cuor mio: in quale tribolazione sono giunto, in quale terribile
agitazione sono caduto, io che ero così fortunato e benvoluto sul mio trono!
Ora mi ricordo dei mali che ho commesso a Gerusalemme, portando via tutti
gli arredi d’oro e d’argento che vi si trovavano e mandando a sopprimere gli
abitanti di Giuda senza ragione.
Riconosco che a causa di tali cose mi colpiscono questi mali; ed ecco, muoio
nella più profonda tristezza in paese straniero». 
Parola di Dio.
Dal Vangelo secondo Luca (20,27-40) anno dispari.
In quel tempo, si avvicinarono a Gesù alcuni sadducèi-i quali dicono che non
c'è risurrezione-e gli posero questa domanda: «Maestro, Mosè ci ha prescritto:
"Se muore il fratello di qualcuno che ha moglie, ma è senza figli, suo fratello
prenda la moglie e dia una discendenza al proprio fratello".
C'erano dunque sette fratelli: il primo, dopo aver preso moglie, morì senza figli.
Allora la prese il secondo e poi il terzo e così tutti e sette morirono senza lasciare figli.
Da ultimo morì anche la donna.
La donna dunque, alla risurrezione, di chi sarà moglie?
Poiché tutti e sette l'hanno avuta in moglie».
Gesù rispose loro: «I figli di questo mondo prendono moglie e prendono marito;
ma quelli che sono giudicati degni della vita futura e della risurrezione dai morti,
non prendono né moglie né marito: infatti non possono più morire, perché sono
uguali agli angeli e, poiché sono figli della risurrezione, sono figli di Dio.
Che poi i morti risorgano, lo ha indicato anche Mosè a proposito del roveto,
quando dice: "Il Signore è il Dio di Abramo, Dio di Isacco e Dio di Giacobbe".
Dio non è dei morti, ma dei viventi; perché tutti vivono per lui».
Dissero allora alcuni scribi: «Maestro, hai parlato bene».
E non osavano più rivolgergli alcuna domanda.
Parola del Signore.
Riflessione personale sul Vangelo di oggi.
Il nostro Dio è il Dio dei viventi perché a Mosè, nel roveto, parla dei
patriarchi come di persone vive e presenti.
Questa semplice e geniale intuizione di Gesù, questa esposizione in presa
diretta che rivela, ancora una volta, la straordinaria conoscenza che Gesù
ha della Parola, dovrebbe mettere tutti a tacere, soprattutto i sadducei che
contestano la teoria della resurrezione professata dai farisei.
Dio è Dio dei morti quando diventa solo comodo riferimento per schierarsi
fra fazioni di pensiero.
Dio è morto quando manipoliamo la parola per confermare i nostri pregiudizi.
Dio è morto e sepolto quando ci nascondiamo dietro alle teorie invece di
convertirci alla novità inattesa e inaudita del Maestro.
Non tendiamo tranelli a Dio, (tanto li scopre subito), accogliamo la verità e la
novità della sua Parola come l’abbiamo colta, con semplicità e senza giri di parole.
Io amici, ci sono riuscito con l’aiuto della preghiera.
Padre nostro che sei nei cieli, sia santificato il
tuo nome, venga il tuo regno, sia fatta la tua
volontà come in cielo così in terra.
Dacci oggi il nostro pane quotidiano, rimetti a
noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri
debitori, e non ci indurre in tentazione,
ma liberaci dal male. Amen.
Ave, o Maria, piena di grazia, il Signore è con te.
Tu sei benedetta fra le donne e benedetto il frutto
del tuo seno, Gesù.
Santa Maria, Madre di Dio, prega per noi peccatori,
adesso e nell'ora della nostra morte. Amen.
Gloria al Padre e al Figlio e allo Spirito Santo.
Come era nel principio, ora, e sempre,
nei secoli dei secoli. Amen.
Buona giornata, Fausto.

giovedì 21 novembre 2019

Il Vangelo del Venerdì 22 Novembre 2019


Della 33° settimana del Tempo Ordinario.
S. Cecilia, vergine e martire.
1° Lettura dal primo libro dei Maccabèi (4,36-37.52-59)
In quei giorni, Giuda e i suoi fratelli dissero: «Ecco, sono stati sconfitti i nostri
nemici: andiamo a purificare il santuario e a riconsacrarlo».
Così si radunò tutto l’esercito e salirono al monte Sion.
Si radunarono il mattino del venticinque del nono mese, cioè il mese di Chisleu,
nell’anno centoquarantotto, e offrirono il sacrificio secondo la legge sul nuovo
altare degli olocausti che avevano costruito.
Nella stessa stagione e nello stesso giorno in cui l’avevano profanato i pagani,
fu riconsacrato fra canti e suoni di cetre e arpe e cimbali.
Tutto il popolo si prostrò con la faccia a terra, e adorarono e benedissero il Cielo
che era stato loro propizio.
Celebrarono la dedicazione dell’altare per otto giorni e offrirono olocausti con
gioia e sacrificarono vittime di ringraziamento e di lode.
Poi ornarono la facciata del tempio con corone d’oro e piccoli scudi.
Rifecero i portoni e le celle sacre, munendole di porte.
Grandissima fu la gioia del popolo, perché era stata cancellata l’onta dei pagani.
Giuda, i suoi fratelli e tutta l’assemblea d’Israele, poi, stabilirono che si celebrassero
i giorni della dedicazione dell’altare nella loro ricorrenza, ogni anno, per otto giorni,
cominciando dal venticinque del mese di Chisleu, con gioia ed esultanza.
Parola di Dio.
Dal Vangelo secondo Luca (19,45-48) anno dispari.
In quel tempo, Gesù, entrato nel tempio, si mise a scacciare quelli che vendevano,
dicendo loro: «Sta scritto: "La mia casa sarà casa di preghiera".
Voi invece ne avete fatto un covo di ladri».
Ogni giorno insegnava nel tempio.
I capi dei sacerdoti e gli scribi cercavano di farlo morire e così anche i capi del
popolo; ma non sapevano che cosa fare, perché tutto il popolo pendeva dalle sue
labbra nell’ascoltarlo.
Parola del Signore.
Riflessione personale sul Vangelo di oggi.
Già i profeti veterostestamentari avevano messo in guardia il popolo eletto
dal rischio di rendere il culto nel tempio un semplice atto esteriore.
I venditori del tempio diventano il simbolo più emblematico di tale situazione.
Per questo Gesù li scaccia; è un messaggio forte che dice qualcosa d’importante
anche a noi.
Se il nostro culto a Dio non è espressione di un rapporto d’amore con Lui, per
quanto possa essere bello o curato dal punto di vista liturgico, non ha nessuna
incidenza sulla nostra fede.
Dio non ascolta le preghiere che provengono soltanto dalle labbra.
Come viviamo la nostra fede, soprattutto quando partecipiamo alle liturgie o alla Messa?
Sono espressione codiale di essa?
Qui amici, cominciano i problemi, ed è meglio soprassedere.
Perciò, la risposta che diamo a queste domande, possono aiutarci a capire dove
possiamo migliorare nel nostro rapporto con Lui, senza giustificazioni, ma solo,
facendoci aiutare dalla preghiera.
Padre nostro che sei nei cieli, sia santificato il
tuo nome, venga il tuo regno, sia fatta la tua
volontà come in cielo così in terra.
Dacci oggi il nostro pane quotidiano, rimetti a
noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri
debitori, e non ci indurre in tentazione,
ma liberaci dal male. Amen.
Ave, o Maria, piena di grazia, il Signore è con te.
Tu sei benedetta fra le donne e benedetto il frutto
del tuo seno, Gesù.
Santa Maria, Madre di Dio, prega per noi peccatori,
adesso e nell'ora della nostra morte. Amen.
Gloria al Padre e al Figlio e allo Spirito Santo.
Come era nel principio, ora, e sempre,
nei secoli dei secoli. Amen.
Buona giornata, Fausto.

mercoledì 20 novembre 2019

Il Vangelo del Giovedì 21 Novembre 2019


Della 33° settimana del Tempo Ordinario.
Presentazione della beata Vergine Maria.
1° Lettura dal primo libro dei Maccabèi (2,15-29)
In quei giorni, i messaggeri del re, incaricati di costringere all’apostasia,
vennero nella città di Modin per indurre a offrire sacrifici.
Molti Israeliti andarono con loro; invece Mattatìa e i suoi figli si raccolsero in disparte.
I messaggeri del re si rivolsero a Mattatìa e gli dissero: ”Tu sei uomo autorevole,
stimato e grande in questa città e sei sostenuto da figli e fratelli.
Su, fatti avanti per primo e adempi il comando del re, come hanno fatto tutti i popoli
e gli uomini di Giuda e quelli rimasti a Geusalemme; così tu e i tuoi figli avrete in
premio oro e argento e doni in quantità”.
Ma Mattatìa rispose a gran voce: “Anche se tutti i popoli che sono sotto il dominio
del re lo ascoltassero e ognuno abbandonasse la religione dei propri padri e volessero
tutti aderire alle sue richieste, io, i miei figli e i miei fratelli cammineremo
nell’alleanza dei nostri Padri.
Non sia mai che abbandoniamo la legge e le tradizioni.
Non ascolteremo gli ordini del re per deviare dalla nostra religione a destra o a sinistra”.
Quando ebbe finito di pronunciare queste parole, si avvicinò un Giudeo alla vista
di tutti per sacrificare sull’altare di Modin secondo il decreto del re.
Ciò vedendo, Mattatìa arse di zelo; fremettero le sue viscere e fu preso da una
giusta collera.
Fattosi avanti di corsa, lo uccise sull’altare, uccise nel medesimo tempo il messaggero
del re, che costringeva a sacrificare, e distrusse l’altare.
Egli agiva per zelo verso la legge, come aveva fatto Fineès con Zambrì, figlio di Salom.
La voce di Mattatìa tuonò nella città”Chiunque ha zelo per la legge e vuole difendere
l’alleanza mi segua!”.
Fuggì con i suoi figli tra i monti, abbandonando in città quanto possedevano.
Allora molti che ricercavano la giustizia e il diritto scesero nel deserto, per stabilirvisi.
Parola di Dio.
Dal Vangelo secondo Luca (19,41-44) anno dispari.
In quel tempo, Gesù, quando fu vicino a Gerusalemme, alla vista della città
pianse su di essa dicendo: “Se avessi compreso anche tu, in questo giorno, quello
che porta la pace!
Ma ora è stato nascosto ai tuoi occhi.
Per te verranno giorni in cui i tuoi nemici ti circonderanno di trincee, ti assedieranno
e ti stringeranno da ogni parte; distruggeranno te e i tuoi figli dentro di te e non
lasceranno in te pietra su pietra, perché non hai riconosciuto il tempo in cui
sei stata visitata”.
Parola del Signore.
Riflessione personale sul Vangelo di oggi.
Piange il Signore.
Piange di compassione, di stanchezza e di tristezza.
La sua missione sta fallendo, sta naufragando.
No, l’uomo non ha capito, non ha accolto, non ha voluto gioire del volto
straordinario del Dio che Egli ha raccontato.
Stanco, Gesù siede e guarda lo splendore del tempio.
Piange perché vede la conseguenza di questo rifiuto, vede già gli eserciti
assediare la Santa e distruggerla, raderla al suolo, ancora una volta.
Così è l’uomo; soddisfatto delle proprie cose, convinto di sapere in cosa
consista la propria felicità.
Come facciamo noi, travolti dalla quotidianità, assuefatti allo stupore della fede.
Piange, Dio, che non è quel mostro indifferente e superbo nella sua perfezione
che a volte immaginiamo.
Piange, come un’amante non ricambiata, come una madre non capita, come
un padre offeso.
Ma il suo pianto lo porta lontano, lo spinge ancora oltre.
C’è ancora qualcosa che può fare, un gesto che non potrà non stupire.
All’orizzonte, Lui vede la Croce, perciò, se possiamo rimaniamogli vicino con
la nostra preghiera.
Padre nostro che sei nei cieli, sia santificato il
tuo nome, venga il tuo regno, sia fatta la tua
volontà come in cielo così in terra.
Dacci oggi il nostro pane quotidiano, rimetti a
noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri
debitori, e non ci indurre in tentazione,
ma liberaci dal male. Amen.
Ave, o Maria, piena di grazia, il Signore è con te.
Tu sei benedetta fra le donne e benedetto il frutto
del tuo seno, Gesù.
Santa Maria, Madre di Dio, prega per noi peccatori,
adesso e nell'ora della nostra morte. Amen.
Gloria al Padre e al Figlio e allo Spirito Santo.
Come era nel principio, ora, e sempre,
nei secoli dei secoli. Amen.
Buona giornata, Fausto.